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6 agosto 1945: Hiroshima, Enola Gay e la follia umana della bomba atomica

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06 AGOSTO –Alle 8.15 ho visto un flash bianco e blu, come un lampo di magnesio, fuori dalla finestra. Ricordo la sensazione di galleggiare nell’aria. Mentre riprendevo conoscenza, nell’oscurità totale e nel silenzio, mi accorsi di essere incastrata fra le rovine del palazzo crollato. Capivo di essere a un passo dalla morte. Stranamente, la sensazione che avevo, non era di paura, ma di serenità”[1].

Tutto ciò inizia il 2 agosto 1945 quando, alla base operativa americana sull’isola di Tinian, arriva l’ordine che stabilisce il 6 agosto come giorno del lancio della bomba. Possibili bersagli Hiroshima, Kokura e Nagasaki. Le sorti di queste tre località sono affidate alle condizioni metereologiche e al comandante, il colonnello Paul Tibbets, a cui spetterà la decisione finale.

La mattina del 6 agosto, tre aerei da ricognizione sono partiti qualche ora prima per verificare le condizioni del tempo sulle città indicate. Quando le sventurate città prescelte vengono sorvolate dall’aereo statunitense B 29, Enola Gay (l’aereo porta il nome della madre del pilota) il cielo è sereno. Ad accompagnare la fusoliera in questa azione, altri due bombardieri equipaggiati con apparecchiature per controllare e filmare l’esplosione.

È il pilota di uno di questi aerei, il maggiore Claude Eatherly, che comunica al telegrafista dell’Enola Gay: “Stato del cielo a Kokura: coperto. A Yokohama: coperto. A Nagasaki: coperto. A Hiroshima: quasi sereno. Visibilità dieci miglia, due decimi di copertura alla quota di tredicimila piedi”.

Così, alle 8 e 15 e 17 secondi del 6 agosto, il comandante Paul Tibbets ordina all’equipaggio di mettersi gli occhiali di protezione, si aprono gli sportelli del bombardiere e viene sgaciata “Little boy”, questo era il nome che era stato dato alla bomba viste le dimensioni ridotte dell’ordigno, la quale impatta al suolo 43 secondi dopo. Più di 100.000 persone muoiono quello stesso giorno, in conseguenza della deflagrazione.

“Improvvisamente, nel cielo, al di sopra del fiume, vidi una massa d’aria straordinariamente trasparente che risaliva la corrente. Ebbi appena il tempo di gridare “Una tromba” che già un vento terribile ci colpì. I cespugli e gli alberi si misero a tremare; alcuni furono proiettati in aria da dove ricaddero come saette sul tetro caos. Si aveva l’impressione che il riflesso verde di un orribile inferno venisse a stendersi al di sopra della terra. (…) Dopo il passaggio della tromba, ben presto il crepuscolo invase il cielo. Incontrai mio fratello maggiore il cui viso era ricoperto come da una sottile pellicola di pittura grigia. Il dorso della sua camicia era ridotto a brandelli e scopriva una larga lesione che somigliava ad un colpo di sole. Risalendo con lui la stretta banchina che costeggia il fiume, alla ricerca di un traghetto, vidi una quantità di persone completamente sfigurate. Ve ne erano lungo tutto il fiume e le loro ombre si proiettavano nell’acqua. I loro visi erano così orrendamente gonfiati che appena si potevano distinguere gli uomini dalle donne. I loro occhi erano ridotti allo stato di fessure e le loro labbra erano colpite da forte infiammazione. Erano quasi tutti agonizzanti ed i loro corpi malati erano nudi. Quando passavamo vicino a questi gruppi, ci gridavano con voce dolce e debole “Dateci un po’ d’acqua”, “Soccorretemi, per favore”; quasi tutti avevano qualche cosa da chiederci. (…) Le persone morivano l’una dopo l’altra e nessuno veniva a portar via i cadaveri. Con l’aria sconvolta, i vivi erravano tra i corpi. Si videro allora tutte le rovine nelle strade principali. Uno spazio vuoto e grigio si estendeva sotto un cielo di piombo. Soltanto le strade, i ponti ed i bracci del fiume erano ancora riconoscibili. Nell’acqua galleggiavano cadaveri dilaniati, gonfiati. Era l’inferno divenuto realtà.(…) Tutto ciò che era umano, era stato cancellati (…). Ebbi l’impressione di non esser venuto sulla terra che dopo l’esplosione della bomba atomica”.

(Da Lettera da Hiroshima di T. HAra, suicidatosi nel 1951)

Per non dimenticare fino a che punto si può spingere la follia umana.

Rosy Merola – SinergicaMentis

[1] Da una delle testimonianze raccolte nell'”Hiroshima Archive”.

Definisco il mio percorso professionale come un “volo pindarico” dalla Laurea in Economia e Commercio al Giornalismo. Giornalista pubblicista, Addetta stampa, Marketing&Communication Manager, Founder di SinergicaMentis. Da diversi anni mi occupo della redazione di articoli, note e recensioni di diverso contenuto. Per il percorso di studi fatto, tendenzialmente, mi occupo di tematiche economiche. Nello specifico, quando è possibile, mi piace mettere in evidenza il lato positivo del nostro Made in Italy, scrivendo delle eccellenze, start-up, e delle storie di uomini e donne che lo rendono speciale. Tuttavia, una tantum, confesso di cadere nella tentazione di scrivere qualcosa che esula dalla sfera economico-finanziaria (Mea Culpa!). Spaziando dall'arte, alla musica, ai libri, alla cultura in generale. Con un occhio di riguardo nei confronti dei giovani esordienti e di quelle realtà che mi piace definire "startup culturali". Perché, se c'è una frase che proprio non riesco a digerire è che: "La cultura non dà da mangiare". Una affermazione che non è ammissibile. Soprattutto in Italia.

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