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9 agosto 2007: inizio della ‘grande crisi’, un compleanno che avremmo voluto evitare

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Ecco un compleanno che non avremmo mai voluto “festeggiare”, una data da dimenticare: il 9 agosto 2007. Data, quest’ultima, che “ufficialmente” sancisce la nascita della crisi, o meglio, la madre di tutte le crisi (come da alcuni definita), che da allora ci attanaglia, senza darci tregua. Più che la nascita, sarebbe più opportuno dire che la suindicata data evidenzia l’impossibilità del sistema (economico-finanziario-politico), esso stesso arteficie di questa “creatura”, di trovare una cura volta a prevenire ed evitare la successiva sua deflagrazione, la cui onda d’urto ancora non accenna ad arrestarsi.

Sì, perchè se è vero che, “Faber est suae quisque fortunae”, ovverosia che ciascuno è artefice della propria sorte, se siamo arrivati fin qui lo dobbiamo proprio a questi “signori artefici” dall’ambizione smisurata che, mai paghi, hanno elaborato forme sempre più sofisticate di strumenti economico-finanziari, frutto di quella che possiamo definire una vera e propria ingegneria finanziara, che ci ha allontanati dall’economia reale, facendoci diventare sempre più dipedenti dalla cosidetta “economia di carta” che, quando non è bastata più a soddisfare le fameliche ambizioni, è finita per essere “dopata” (parallelismo con il termine usato nel mondo dello sport, che esprime bene il senso di ciò che è avvenuto). Tuttavia, come ha dichiarato in passato l’economista-premio Nobel Joseph Stiglitz, “Il settore finanziario dovrebbe servire l’economia, non viceversa. Abbiamo confuso i fini con i mezzi”. In questo modo (come ho già avuto modo di sottolineare), la suddetta “confusione” ha portato ad un uso non sempre appropriato della finanza, secondo molti ad una finanza sregolata.

Così, senza che lo desiderassimo, abbiamo dovuto fare i conti con nuovi scenari, con nuovi rischi da scongiurare, iniziando proprio dal quel 9 agosto 2007, quando la Banca centrale europea, decise di iniettare sul mercato 95 miliardi di dollari, che sancirono l’inizio di una fase di misure d’emergenza (presto presa ad esempio anche dalla Fed) e salvataggi con i soldi pubblici. La crisi finanziaria, la cui miccia è stata innescata con i bond ‘subprime’ (i quali sono garantiti da mutui ad alto rischio), ben presto contagia le banche (e ciò ci porta al crac Lehman), finendo per coinvolgere il cuore del sistema economico, cosa che fa precipitare gli Stati Uniti e l’Europa (anche se con modalità e aspetti diversi) nella peggior recessione dagli anni Trenta, ben oltre a ciò che, a quei tempi, aveva indotto Hoover a dichiarare, “Non c’è più niente da fare”.

E, poichè, come ben sintetizza un vecchio detto del XIX secolo, “Quando gli Stati Uniti starnutiscono il mondo prende il raffreddore”, il virus della crisi si è propagato arrivando fino a noi, anche se modificato rispetto al “ceppo” originario, facendo presagire nuovi ed insidiosi rischi. A causa di ciò, nostro malgrado, siamo stati mediaticamente bombardati con nuove espressioni, “siglette” che evidenziano altrettanti nuovi rischi per i nostri paesei: debito Sovrano, default, spread Btp-Bond, agenzie di rating ed altro. Abbiamo cominciato a seguire con apprensione l’andamento della borsa, soprattutto quello del famigerato spread, senza che, all’inizio, qualcuno si sia premurato di farci capire meglio quanto stava accadendo (quasi fossimo in presenza di argomenti tabù).

In particolare, la cronaca di questi ultimi anni ci parla dei vari tentativi, azioni, misure “lacrime e sangue”, volte ad arrestare la crisi e a far ripartire, di nuovo, la crescita, ma con risultati poco incoraggianti. Infatti, il tentativo di salvare le istituzioni finanziarie, le prime “vittime” del terremoto dei mercati tra il 2007 e il 2008 (il cui primo apice si toccò con il crac Lehman), come macerie ha lasciato ingenti debiti pubblici, in Usa come in Europa. Ed è a causa di ciò che, dalla crisi di bilancio dei grandi istituti finanziari, siamo arrivati, in Europa, a quelli degli Stati più esposti, indebitati e vulnerabili a causa dalla mancanza delle risorse necessarie per far fronte alle esigenze di rifinanziamento.

Per questo, nel 2010, la stabilità dell’area finanziaria dell’Eurozona è stata gravemente minacciata dal rischio d’insolvenza della Grecia, a cui si sono aggiunte anche altre Nazioni claudicanti: l’Irlanda per la crisi bancaria e subito dopo il Portogallo per la debolezza della sua economia. Il rischio di contagio, di un effetto domino, per gli altri Paesi dell’Eurozona è alto, così diventano sorvegliati speciali, l’Italia e la Spagna. Rischi che, ahimè, sono ancora all’ordine del giorno.

In pratica la crisi, come spesso accade in questi casi, non ha fatto che scoperchiare il “vaso di Pandora” dell’Eurozona e dell’euro, evidenziandone i punti deboli, le criticità. Infatti, l’euro è risultata essere una valuta “incompiuta”. In sostanza, lo storico Trattato di Maastricht ha definito un’unione monetaria ma non un’unione politica. I Paesi dell’Ue si ritrovano con una Banca Centrale comune ma non un Tesoro comune. Questo implica che, la moneta è unica ma i Titoli di Stato no (e qui entriamo nell’annosa questione degl “Eurobond). Inoltre, l’ impossibilità degli Stati di stampare moneta, incrementa il rischio di default sui rispettivi debiti. Ciò fa sì che i membri dell’UEM si trovino ad essere più esposti al rischio di default rispetto agli Stati veramente sovrani.

A causa di ciò, con l’incalzare della crisi economica e dei rischi del debito sovrano di alcuni degli Stati membri, si è preso coscienza delle consenguenze dovute alla mancanza di una politica economica e di bilancio unica. Questo ha fatto correre ai ripari, definendo un nuovo Trattato – candidato a sostitutuire di quello di Maastricht – ovvero il ‘fiscal compact’ o Patto di bilancio, approvato il 2 febbraio 2012 da 25 dei 27 paesi dell’Unione (mancano Gran Bretagna e Repubblica Ceca). Con esso, i paesi firmatari hanno cercato di colmare le lacune di un accordo nato monco, in quanto fissava vincoli economici comuni senza preoccuparsi di coordinare le politiche economiche. Come ha spiegato uno dei protagonisti della moneta unica, Jacques Delors, “Un errore che ha reso inevitabile l’attuale crisi dei debiti”. Tentativo questo, volto ad evitare l’implosione del sistema euro e le imprevedibili conseguenze.

Ma i fatti e i dati snocciolati dagli esperti (che spesso sembrano essere dei veri e propri bollettini di guerra, dove, come troppe volte accade, le vittime sono i civili, i cittadini incolpevoli), parlano chiaro: dall’inizio della crisi non si vede ancora la luce in fondo al tunnel. Troppe voci fuori dal coro, mentre occorrerebbe procedere all’unisono, facendo fronte comune, sottolineando che, “Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose”, come affermato da Albert Einstein, di cui aggiungo il seguito del suo pensiero espresso in merito, per lasciare un barlume di speranza, una candelina accesa su questo compleanno, al fine di indurci a riflettere:

“La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. E’ nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere ‘superato’. Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e difficoltà, violenta il suo stesso talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni. La vera crisi, è la crisi dell’incompetenza. L’ inconveniente delle persone e delle nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie di uscita. Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia. Senza crisi non c’è merito. E’ nella crisi che emerge il meglio di ognuno, perché senza crisi tutti i venti sono solo lievi brezze. Parlare di crisi significa incrementarla, e tacere nella crisi è esaltare il conformismo. Invece, lavoriamo duro. Finiamola una volta per tutte con l’unica crisi pericolosa, che è la tragedia di non voler lottare per superarla”.

Rosy Merola – SinergicaMentis

Definisco il mio percorso professionale come un “volo pindarico” dalla Laurea in Economia e Commercio al Giornalismo. Giornalista pubblicista, Addetta stampa, Marketing&Communication Manager, Founder di SinergicaMentis. Da diversi anni mi occupo della redazione di articoli, note e recensioni di diverso contenuto. Per il percorso di studi fatto, tendenzialmente, mi occupo di tematiche economiche. Nello specifico, quando è possibile, mi piace mettere in evidenza il lato positivo del nostro Made in Italy, scrivendo delle eccellenze, start-up, e delle storie di uomini e donne che lo rendono speciale. Tuttavia, una tantum, confesso di cadere nella tentazione di scrivere qualcosa che esula dalla sfera economico-finanziaria (Mea Culpa!). Spaziando dall'arte, alla musica, ai libri, alla cultura in generale. Con un occhio di riguardo nei confronti dei giovani esordienti e di quelle realtà che mi piace definire "startup culturali". Perché, se c'è una frase che proprio non riesco a digerire è che: "La cultura non dà da mangiare". Una affermazione che non è ammissibile. Soprattutto in Italia.