You are here:  / Approfondimenti/Inchieste / Economia&Finanza / Miscellanea / Banca Etruria, analogie e diversità con l’affaire Mps

Banca Etruria, analogie e diversità con l’affaire Mps

914a2aea-1d62-4e59-8b5f-2e397352b0ac_xl

Negli ultimi tempi, il nostro sistema bancario è sempre più al centro dell’attenzione mediatica. Questo, non soltanto per via di ciò che accade sui mercati finanziari, ma anche per le vicende politico-giudiziarie che – sempre più spesso –  vedono protagoniste alcune delle nostre banche. È il caso, ad esempio, del  Monte dei Paschi di Siena. Tuttavia, da fine novembre, c’è un altro episodio che – oltre a presentare alcune analogie con gli eventi che hanno travolto Mps (a fine gennaio 2013) –, sta avendo delle ripercussioni ancora più gravi (per i risparmiatori), rispetto a quanto non si sia verificato con la banca senese. Mi riferisco a Banca Etruria (a cui si aggiungono anche Banca Marche, CariFerrara e CariChieti, gli altri tre istituti di credito salvati dal cosiddetto “decreto salva-banche”).

Mps e Banca Etruria, prima analogia: strumenti finanziari

In particolare, due le analogie che – a mio parere – spiccano maggiormente dal confronto dei due casi. In primo luogo – anche se di tipologia e con finalità diverse –, sono stati gli strumenti finanziari usati ad aprire il vaso di Pandora: 1) “Alexandria”, un derivato basato su rischiosi mutui ipotecari, per quanto riguarda Mps; 2) obbligazioni subordinate (denominate anche “junior”, caratterizzate da una maggiore rischiosità. In sintesi, nel caso di fallimento della banca emittente, il portatore verrà rimborsato successivamente ai creditori titolari di obbligazioni non subordinate o “senior”), per Banca Etruria.

Seconda analogia: il ruolo della politica

La seconda analogia riguarda l’accezione “politica” che, come per l’istituto senese, si sta profilando anche per Banca Etruria. Ancora una volta emerge lo stretto legame esistente tra i poteri forti dei salotti finanziari e quelli politici (che tendono a diventare un unicum). In entrambi i casi, al centro del polverone politico-mediatico, il Partito Democratico (PD). In particolare, nella vicenda Mps, colpì – ma non stupì – la tempistica dello scoppio del caso: proprio nel vivo della campagna elettorale per le elezioni politiche del 2013 (svoltesi il 24 e 25 febbraio di quell’anno, vinte di misura dalla coalizione di centro-sinistra). All’epoca dei fatti, segretario del PD era Pier Luigi Bersani, mentre il Primo ministro era Mario Monti. Strumentalizzazione che, probabilmente, finì per incidere sull’esito della tornata elettorale.

Il ruolo della politica nel caso Banca Etruria: la famiglia del ministro Boschi

Per quanto riguarda, invece, la banca di Arezzo,  uno dei protagonisti della vicenda – è sì un Pier Luigi –, ma non Bersani, bensì Boschi. Un cognome che si ricollega al Pd e al governo di Matteo Renzi, visto che Pier Luigi – membro del Cda Etruria dal 2011 fino al commissariamento (con il Decreto n. 45 del 10 febbraio 2015, firmato dal ministro Padoan su richiesta della Banca d’Italia) per un ammanco di bilancio di 3 miliardi di euro – è il padre del ministro Maria Elena Boschi. Successivamente, Bankitalia, verificando le “forti criticità crescenti” e una situazione disastrosa, ha deciso di multare per 2.5 milioni di euro il cda della Banca, mentre il padre del ministro – divenuto vicepresidente (non vicario e senza deleghe e possessore di 7.750 azioni, adesso carta straccia) dell’istituto di credito dopo l’insediamento della figlia Maria Elena – viene multato per 144mila euro. Ma i guai per Pier Luigi Boschi non sembrano ancora essere finiti. Infatti,  è stata fissata, per il prossimo 8 febbraio, la data in cui il Tribunale fallimentare di Arezzo si pronuncerà sulla dichiarazione dello stato di insolvenza di Banca Etruria, che potrebbe portare all’apertura dei fascicoli sugli ex vertici per bancarotta fraudolenta. Tuttavia, Boschi padre non è l’unico membro della famiglia ad avere a che fare con la Banca Etruria. Infatti, il ministro è azionista (1.557 azioni della Popolare dell’Etruria, per un valore complessivo di circa 1.500 euro, come da lei affermato nel corso dell’intervento alla Camera, il 18 dicembre 2015, a seguito della mozione di sfiducia nei suoi riguardi); il fratello Emanuele è stato un dipendente e socio (1.847 azioni); soci anche la madre (2.013 azioni) e il fratello Pier Francesco (347 azioni). Una situazione che, oltre ad aver fatto scattare la richiesta di dimissioni del ministro Boschi per conflitto di interesse, ha creato e tenderà a creare – fintanto che le vicende giudiziarie procederanno – pressioni e frizioni nei confronti del governo di Matteo Renzi.

Il decreto “salva banche”: il principale elemento di divergenza tra le due banche

È proprio il cosiddetto decreto “salva banche”, il principale elemento di divergenza tra i due istituti di credito. Infatti, con l’approvazione del suddetto decreto del governo, il 22 novembre 2015 – documento che, di fatto, ha provocato lo scoppio mediatico del caso –, per la prima volta nella storia italiana, i risparmiatori di Banca Etruria (insieme a quelli di Banca Marche, CariFerrara e CariChieti) hanno perso i loro soldi. Questo perché, a seguito del “salva banche”, le azioni e le obbligazioni subordinate sono diventate carta straccia. Tuttavia, tale azione di governo ha evitato il concretizzarsi del rischio bail-in, il nuovo sistema europeo (in vigore dal primo gennaio 2016) che impone che – in caso di crisi bancaria – siano coinvolti anche azionisti, obbligazionisti e se necessario correntisti oltre i 100mila euro. In questo modo, si è cercato di tutelare almeno i conti correnti e le obbligazioni non subordinate dei clienti. La differenza sostanziale con Mps, quindi, sta nel fatto che con Banca Etruria non ci sono stati aiuti di Stato. All’epoca, infatti, per risollevare le sorti della banca senese, sui cittadini italiani finì per gravare un aiuto di Stato da 3,9 miliardi di euro.

Detto ciò, per dovere di cronaca, è giusto sottolineare che la crisi che ha coinvolto le quattro banche non è stata un fulmine a ciel sereno. Infatti, tutte erano commissariate: CariFerrara  lo era dal maggio 2013, Banca Marche dall’ottobre 2013, CariChieti dal settembre 2014, la Banca Etruria dal febbraio del 2015.

Conclusioni

Analogie e divergenze che, comunque sia, non fanno altro che riaccendere l’attenzione in merito al problema della trasparenza dei prodotti finanziari sottoscritti dalle famiglie italiane, oltre che gettare ombre – per l’ennesima volta – sull’inefficiente ruolo degli organi preposti al controllo. Situazione, quest’ultima, confermata anche da uno studio diffuso dal Centro studi Luigi Sturzo, in cui si ribadisce le responsabilità della Consob nell’aver consentito la vendita di obbligazioni subordinate (classificate dall’authority in diverse comunicazioni come ‘prodotti semplici‘ ad alto rischio ai piccoli risparmiatori).

Così, se da più fronti ci ripetono che il nostro sistema bancario è solido, che possiede i “fondamentali” e via discorrendo – e, di conseguenza, per questo possiamo “stare sereni” – una domanda sorge spontanea: perché poi ci (ri)troviamo con il verificarsi di questi casi?

Forse, la spiegazione è da ricercare in una delle analogie che accomuna il caso della Banca Etruria con l’affaire Monte dei Paschi di Siena, ovvero l’intrecciarsi del mondo finanziario con quello politico.  Questo, inevitabilmente, finisce con il riflettersi sulla chiarezza e la trasparenza delle operazioni.

Alla luce di tutto ciò, facendo riferimento alle banche in questione – entrambe radicate e sentite sul territorio (non dimentichiamo che Mps, fondata nel 1472 – considerata la banca più antica in attività – fu fondata proprio per dare una mano alle persone più in difficoltà, come monte di pietà), in un certo senso sembra che ci si approfitti della buona fede e della fiducia dei piccoli risparmiatori. Quest’ultimi, un tempo abituati ad investire i propri risparmi nel mattone  – poco informati da chi di dovere sui i rischi dei nuovi strumenti finanziari, ma sedotti e abbandonati dai loro maggiori rendimenti  – adesso rischiano di perdere, oltre ai soldi (in alcuni casi) anche il “proprio mattone”. La loro casa. Una situazione che non fa altro che alimentare, ulteriormente, la sfiducia nei confronti del nostro sistema bancario ed economico. Sfiducia controproducente per l’economia reale italiana – visto che va ad incidere sugli investimenti – e, di conseguenza, anche per lo sviluppo e la crescita dell’intero Paese. Ciò, infatti, potrebbe alimentare ancora di più il desiderio di investire all’estero. Oppure, nella peggiore delle ipotesi, potrebbe indurre a pensare che è meglio tenere i propri soldi sotto il buon vecchio materasso. Al sicuro.

 (Pubblicato anche qui: http://www.trend-online.com/prp/banca-etruria-mps/)

Rosy Merola

Definisco il mio percorso professionale come un “volo pindarico” dalla Laurea in Economia e Commercio al Giornalismo. Giornalista pubblicista, Addetta stampa, Marketing&Communication Manager, Founder di SinergicaMentis. Da diversi anni mi occupo della redazione di articoli, note e recensioni di diverso contenuto. Per il percorso di studi fatto, tendenzialmente, mi occupo di tematiche economiche. Nello specifico, quando è possibile, mi piace mettere in evidenza il lato positivo del nostro Made in Italy, scrivendo delle eccellenze, start-up, e delle storie di uomini e donne che lo rendono speciale. Tuttavia, una tantum, confesso di cadere nella tentazione di scrivere qualcosa che esula dalla sfera economico-finanziaria (Mea Culpa!). Spaziando dall'arte, alla musica, ai libri, alla cultura in generale. Con un occhio di riguardo nei confronti dei giovani esordienti e di quelle realtà che mi piace definire "startup culturali". Perché, se c'è una frase che proprio non riesco a digerire è che: "La cultura non dà da mangiare". Una affermazione che non è ammissibile. Soprattutto in Italia.