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Berlusconi, la “discesa in campo” che ha cambiato il modo di fare politica

Berlusconi_Televisoni

Quasi 18 anni di Berlusconisco – iniziati con la sua “discesa in campo” nelle elezioni del 28 marzo 1994, dopo lo tsunami politico di Tangentopoli – hanno segnato profondamente il modo di fare politica ed anche il suo gergo. Un modo, quello di Silvio Berlusconi, di fare politica “ad personam“. Scendendo in campo, il Cavaliere ha portato in politica tutto il suo background e know-how di imprenditore, applicando ad essa le logiche di mercato ed impiegando tutte le risorse mediatiche a sua disposizione. Ed ecco che si comincia a parlare di “mercato politico”. Si ci rivolge agli elettori come a dei possibili consumatori. Così, come avviene per il “lancio di un prodotto”, intervengono gli esperti del “marketing politico” per preparare la campagna elettorale, non lasciando nulla al caso.

In questo modo, spuntano nuove figure professionali, a cui si uniscono consulenti di vario genere (scenografi, pubblicitari, copywriter e via discorrendo), perché il canale di comunicazione più immediato per entrare nella mente degli elettori-consumatori è la televisione. È vero che anche in precedenza i politici italiani avevano preso parte a dei programmi televisivi, ma con modalità e logiche del tutto diverse. Infatti, sembra che sia la televisione a generare la politica. Comincia il bombardamento mediatico. Così, il primo effetto di quella che possiamo definire “telepolitica” è un forte senso di incertezza. Gli elettori si ritrovano a sentire snocciolare dati, stime, percentuali, proiezioni. L’informazione è sempre meno libera, ma sempre più mirata a confondere l’idee.

Comunicazione politica fatta di spot, programmi televisivi, teleimbonitori, toni accesi e politicamente scorretti, ricerche di mercato, studi di settori, massima attenzione alla comunicazione non verbale e all’outfit da indossare. In una sola parola: marketing. Un modo di fare politica che lascia un forte senso di incertezza in merito alle tante ombre si allungano sul futuro del nostro Paese. Incertezza che ci induce a riflettere e ci fa capire che, a questo punto, sarebbe auspicabile una rivoluzione – soprattutto di mentalità – per far destare dal torpore il nostro Belpaese.

Perché, come puntualizzato da Mario Monicelli“La rivoluzione non c’è mai stata in Italia. C’è stata in Inghilterra, c’è stata in Francia, in Russia, in Germania, dappertutto meno che in Italia. Ci vuole qualche cosa che riscatti veramente questo popolo che è sempre stato sottoposto. Da trecento anni schiavo di tutti. Se vuole riscattarsi, il riscatto non è una cosa semplice. È doloroso, esige anche dei sacrifici. Se no, vada alla malora – che è dove sta andando, ormai da tre generazioni”.

Rosy Merola

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