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Canto sociale: voce, pathos e memoria della Resistenza

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25 APRILE – «Una mattina mi sono svegliato, o bella, ciao! Bella, ciao! Bella, ciao, ciao, ciao! Una mattina mi sono svegliato, e ho trovato l’invasor». Bastano pochi versi di uno dei canti partigiani più celebri – “Bella Ciao” – per far tornare prepotentemente alla memoria tutto il pathos, il sangue, la lotta, gli ideali della Resistenza antifascista e – nello specifico – la giornata del 25 aprile 1945. Le canzoni, infatti, sono forma espressiva del contesto storico-sociale in cui hanno origine. In alcuni casi, senza volerlo, diventano strumento per tramandare e mantenere viva la memoria, elevandosi al rango di fonte storica. Ciò è quanto accaduto con i canti della Resistenza che – in questo modo – sono entrati di diritto nel repertorio musicale nazionale.

In particolare, come spiega Roberto Battaglia in “Storia della Resistenza italiana”(Einaudi, 1953), questi canti trovano il loro fondamento in due grandi modelli: «Le canzoni del Risorgimento, filtrate e rinnovate nell’altra guerra e le canzoni della classe operaia. […] Modelli divergenti nella tematica e negli accenti: militari o combattentistici nel primo, sociali nel secondo». Questi, a loro volta, vengono fatti propri dalla Resistenza che – attraverso il clima popolare della lotta partigiana – li restituisce sotto forma di «canto sociale è quindi, sin dalle sue origini, fenomeno di frontiera tra culture ufficiali (sia dominante che di opposizione) da un lato e culture popolari dall’altro, utilizza a volte testi e musiche provenienti dalle culture egemoni […], a volte di produzione popolaresca […], a volte interni alla produzione popolare»[1].

In questo modo, i canti – che concorrono a formare l’immenso patrimonio musicale e culturale italiano – subiscono le influenze territoriali, evidenziando una creatività specifica, il carico emotivo, il diverso humus culturale, economico-sociale in cui si sono sviluppati. Tuttavia, occorre fare un netto distinguo tra le canzoni della Resistenza da quelle sulla Resistenza. Così – restando nell’ambito della prima fattispecie indicata – inevitabilmente torniamo alla già accennata “Bella ciao”, che merita qualche nota aggiuntiva. Infatti, pur essendo diventata uno dei simboli della Resistenza – cantata soprattutto in Emilia Romagna – le sue origini incerte sono antecedenti al suddetto contesto storico. In particolare, l’etnomusicologo italiano Roberto Leydi, fa risalire il testo alla nota ballata popolare Fior di tomba, e la musica ad una filastrocca infantile derivata dall’altra nota ballata popolare Bevanda sonnifera. Inoltre, posteriore alla versione partigiana è un canto di lavoro delle mondine della Pianura Padana, dal repertorio di Giovanna Daffini.

Più incisiva e puntuale è la spiegazione fornita da Cesare Bermani sulla diffusione del sopraindicato canto: «Nel momento in cui la Resistenza si “tricolorava” come non mai nel passato e con l’avvento al governo del Partito socialista diventava il fondamento dell’ideologia della “Repubblica nata dalla Resistenza”, mentre la “guerra di liberazione nazionale” si trasformava in un vero e proprio canone ufficiale di autointerpretazione e autolegittimazione della Repubblica. Allora le associazioni partigiane aderirono – sia pure tra visibili resistenze della base partigiana – a questa mistificante ideologia, che trovava il proprio inno in “Bella ciao”, una canzone poco cantata durante la Resistenza e prevalentemente al Centro Italia (Emilia, Toscana, Abruzzo, Lazio), ma che da allora si sarebbe sostituita sempre più a “Fischia il vento”, la canzone della Resistenza al Nord e quella maggiormente diffusa durante la Resistenza. Infatti “Bella ciao”, con il suo riferimento all’ “invasor” e solo a quello, andava benissimo non solo alla Democrazia cristiana e al Partito socialista, non solo allo stato maggiore dell’Esercito (tanto più che era stata cantata nel 1944 anche da reparti regolari italiani aggregati alle forze armate alleate) ma anche alle associazioni partigiane, protese in quel momento nel massimo sforzo di ricerca di strumenti di unificazione (anche se proprio allora, con l’adesione di significativi pezzi del mondo partigiano stesso, decollava occultamente Gladio)»[3].

Così, con la sua spiegazione, Bermani ci proietta verso un altro dei canti simbolo, “Fischia il Vento”: «Una vera e propria arma contro i fascisti che noi, dobbiamo ammettere, non abbiamo nella nostra armeria. Fa impazzire i fascisti, mi dicono, a solo sentirla»[4]. A differenza di “Bella Ciao”, più certa è la sua origine: il testo – risalente al 1943 – viene attribuito al giovane medico ligure Felice Cascione, mentre la musica è quella della canzone russa Katyusha. Proprio l’origine russa della musica, fece sorgere delle discussioni tra partigiani: tra quelli che erano più propensi verso un contenuto del canto più marcatamente sociale e altri che invece sostenevano che questo dovesse rispecchiare l’unione di tutte le forze partigiane (da ciò le diverse versioni del testo: rossa primavera o nostra primavera).

Canti che arrivano ai nostri giorni, attualizzati con arrangiamenti moderni – i quali non intaccano minimamente la portata del loro messaggio – attraverso l’opera di diversi gruppi, cantautori e cantanti. Così, ad esempio si può ascoltare “Fischia il vento”, in una delle tante versioni che, nel corso del tempo, ci sono state offerte (qui in quella dei Gang):

E, a tal riguardo, non si può non attingere al vastissimo repertorio dei Modena City Ramblers, i quali – tra le altre cose – hanno dedicato un intero cd ‘Appunti Partigiani‘ (2005) ai suddetti canti (sia quelli specifici della Resistenza, che quelli sulla Resistenza), sottolineando che: «Ricordare e raccontare le piccole e grandi storie dei partigiani, di chi ha lottato a rischio della propria vita e delle vittime innocenti, deve contribuire alla costruzione di una società con una forte coscienza civile, di libertà e solidarietà». In Appunti Partigiani, troviamo una coinvolgente versione di “Bella ciao”:

In tale lavoro discografico – inoltre – si possono ascoltare: “I ribelli della montagna” (per un approfondimento sull’origine storica, un documento dell’Istituto della Storia della Resistenza e della società contemporanea in provincia di Alessandria: Un canto nato alla benedicta: Siamo i ribelli della montagna). «È un testo per molti aspetti paradigmatico, e per i contenuti, e per la qualità della sua “scrittura”, che rivela un certo grado di cultura. Sin dall’incipit denuncia la sua origine urbano-metropolitana (genovese, per la precisione) tracciando quella simbolica opposizione “belle città/aride montagne” che appare come lo specimen della traiettoria di una rivolta politico-morale partita dalla città ma vissuta nella campagna, nel paesaggio aspro e selvaggio dei monti. I principi ideali che animano la lotta partigiana (giustizia, libertà, fede in un mondo migliore) si conquistano a duro prezzo (“viviam di stenti e di patimenti”) alla severa scuola della montagna, in cui si dissolvono come per incanto differenze sociali, privilegi, egoismi»[5].

Proseguendo in questo breve percorso storico-musicale – volto a tener viva la memoria – un altro toccante canto, “Oltre il ponte”. La storia di un padre – ex partigiano – che narra le sue vicende alla figlia. Splendido testo di Italo Calvino – che attinge dall’esperienza di Cantacronache  – sulla musica di Sergio Liberovici:

E ancora, “Pietà l’è morta”, sull’aria di “Sul ponte di Perati” e  testo elaborato collettivamente dai partigiani di Nuto Revelli sui monti cuneesi. Un testo forte, un grido di rabbia e di dolore.

Inoltre, sempre tratto dallo stesso cd, un brano dei Gang (con loro interpretato), “La pianura dei sette”, che narra la storia dei sette fratelli Cervi: Gelindo (classe 1901), Antenore (1906), Aldo (1909), Ferdinando (1911), Agostino (1916), Ovidio (1918), Ettore (1921). Nati a Campegine (Reggio Emilia), furono tutti fucilati il 28 dicembre 1943 nel poligono di tiro di Reggio Emilia.

Restando in terra emiliana, non si può non citare due brani contenuti nell’ultimo cd di Francesco Guccini, ‘L’ultima Thule’ (2012): “Su in collina” e “Quel giorno d’aprile”. In merito al primo brano – proposta anche dal gruppo rock marchigiano Gang in ‘La Rossa Primavera’ (2011) – Guccini, presentando la canzone, ha dichiarato: «Ogni tanto capita di scrivere una canzone nuova, e ho scritto una canzone nuova. O meglio, ho trovato una poesia scritta in dialetto bolognese (Môrt in culéṅna di Gastone Vandelli) e l’ho tradotta in italiano. Juan Carlos “Flaco” Biondini ha musicato questa poesia in modo molto emozionante. Una poesia che parlava della guerra partigiana, con dei personaggi che si chiamavano con dei nomi di battaglia: ‘Pedro’, ‘Cassio’, ‘il figlio del Biondo’, ‘il Brutto’. […] Siamo in un curioso periodo di revisionismo, e siamo in un periodo in cui qualcuno cerca di equiparare i combattenti della repubblica di Salò ai partigiani. Io dico che, con tutti i distinguo, con tutta la retorica che c’è stata, lasciamo stare, lasciatemi stare la Resistenza».

 

Il secondo omaggio che Guccini riserva alla Resistenza è, appunto, “Quel giorno d’aprile”: «E l’Italia cantando ormai libera allaga le strade/sventolando nel cielo bandiere impazzite di luce/e tua madre prendendoti in braccio piangendo sorride/mentre attorno qualcuno una storia o una vita ricuce/e chissà se hai addosso un cappotto o se dormi in un caldo fienile / sotto il glicine tuo padre lo aspetti/con il sole d’aprile».

Così – restando in tema –  in questa giornata del 25 aprile, non si può non fare un accenno a “È festa d’aprile” (testo di Sergio Liberovici; musica di Franco Antonicelli (1948). Si trova anche con il titolo Festa d’Aprile): «Forza che è giunta l’ora, infuria la battaglia per conquistare la pace, per liberare l’Italia; scendiamo giù dai monti a colpi di fucile; evviva i partigiani! È festa d’Aprile». Brano che – come sottolinea Gioachino Lanotte[6] – nasce dall’elaborazione degli stornelli trasmessi da Radio Libertà, la sola emittente radiofonica – attiva nel biellese dall’autunno ’44 al 19 aprile 1945 – rivolta al pubblico e gestita dai partigiani. Di seguito proposta nella versione dei Yo Yo Mundi (contenuta nel cd ‘Resistenza’ (2005) in cui le canzoni sono intervallate dalle letture di brani di Primo Levi, Beppe Fenoglio ed altri):

Infine, a conclusione di questa breve rassegna di testimonianze in musica (la cui selezione inevitabilmente ha comportato il dover lasciare fuori la maggior parte dei canti), un ultimo brano carico di significato, “Aprile” (dei già citati Gang): «Voi che vi siete fatti vivi e viva è la memoria, del giorno che in aprile ci siamo fatti storia».

Così, attraverso la forza evocativa dei suddetti canti – in parte – siamo riusciti a visualizzare i luoghi, immaginare i volti, le gesta, il sangue della Resistenza. Abbiamo “sentito” la rabbia, il dolore, la disperazione, il pianto, il grido di libertà di un popolo in ginocchio. Abbiamo visto la forza di combattere, di resistere per esistere. La dignità di un popolo che si rialza e dalle macerie ricostruisce. La reazione di una popolazione che – a prescindere dalle ideologie – alla luce del difficile momento storico che sta attraversando il nostro Paese, ci induce a riflettere e dire: «Viva l’Italia, l’Italia che resiste!» [8].

 

Fonti:

[1] Cesare Bermani, nella raccolta di saggi sul “Canto sociale”.

[2] www.ildeposito.org/archivio/canti/canto.php?id=17 e anche http://www.antiwarsongs.org/canzone.php?id=722&lang=it

[3] http://www.storia900bivc.it/pagine/lettura/attibi.html

[4] Tratto da Beppe Fenoglio, “Il partigiano Johnny “.

[5] http://www.antiwarsongs.org/canzone.php?lang=it&id=3294

[6] G. Lanotte, “Cantalo forte. La Resistenza raccontata dalle canzoni”, Nuovi Equilibri Stampa Alternativa 2006.

[7] F. De Gregori, Viva l’Italia.

Inoltre, riferimenti e spunti sono stati tratti anche da questo siti: http://www.antiwarsongs.org/categoria.php?id=117&lang=it; http://www.coromarmolada.it/resistenza.htm; http://www.ildeposito.org/archivio/sezioni/sezione.php?id_sez=6

Per i testi dei canti della Resistenza: Savona A. Virgilio, Straniero Michele L., Canti della Resistenza italiana, Milano, Rizzoli, 1985. Vettori Giuseppe, Canzoni italiane di protesta 1794 – 1974, Roma, Newton Compton, 1975.

Rosy Merola – SinergicaMentis

Definisco il mio percorso professionale come un “volo pindarico” dalla Laurea in Economia e Commercio al Giornalismo. Giornalista pubblicista, Addetta stampa, Marketing&Communication Manager, Founder di SinergicaMentis. Da diversi anni mi occupo della redazione di articoli, note e recensioni di diverso contenuto. Per il percorso di studi fatto, tendenzialmente, mi occupo di tematiche economiche. Nello specifico, quando è possibile, mi piace mettere in evidenza il lato positivo del nostro Made in Italy, scrivendo delle eccellenze, start-up, e delle storie di uomini e donne che lo rendono speciale. Tuttavia, una tantum, confesso di cadere nella tentazione di scrivere qualcosa che esula dalla sfera economico-finanziaria (Mea Culpa!). Spaziando dall'arte, alla musica, ai libri, alla cultura in generale. Con un occhio di riguardo nei confronti dei giovani esordienti e di quelle realtà che mi piace definire "startup culturali". Perché, se c'è una frase che proprio non riesco a digerire è che: "La cultura non dà da mangiare". Una affermazione che non è ammissibile. Soprattutto in Italia.

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