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Corea del Nord, nuovo test nucleare: tornano i vecchi timori all’altezza del 38esimo parallelo

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Una tantum, il “38° parallelo” torna a far parlare di sé. Nelle scorse ore, infatti, Pyongyang ha effettuato un nuovo test nucleare – il quinto – nella regione di Puunggye-ri, Corea del Nord. «Il test più potente fino ad ora, poco meno forte dell’esplosione della bomba atomica su Hiroshima», ha puntualizzando  Pyongyang, scatenando le inevitabili reazioni da parte degli Stati Uniti, dell’ONU e di altri attori dello scacchiere geopolitico.

A seguito di ciò, per comprendere meglio gli «elementi di familiarità» inerenti agli attriti sottesi ai rapporti tra Corea del Nord, Stati Uniti e Alleati – poiché “repetita iuvant” –, è bene fare un passo indietro nel tempo e nello spazio, ovverosia all’alba del 25 giugno 1950 quando, otto divisioni nordcoreane, ruppero la linea di demarcazione fra Nord e Sud Corea – il 38° parallelo – occupando la capitale del Sud, Seul, in tre giorni.[1]

A seguito di ciò, il presidente degli Stati Uniti Truman, dopo aver tergiversato per alcune ore al fine di evitare un conflitto, decise di impartire l’ordine alle truppe americane di dare supporto aereo e militare alla Corea del Sud. Tuttavia, questo non risultò essere sufficiente a far rientrare la situazione. Così, il 27 giugno –  in seno al Consiglio di sicurezza dell’ONU – Truman giunse alla conclusione che «il comunismo aveva oltrepassato lo stadio della sovversione […] e sarebbe ricorso d’ora in poi all’invasione armata e alla guerra»[2]. A causa di ciò, per gli USA, la Corea diventò una pedina – sullo scacchiere geopolitico – da usare per inviare, forte e chiaro, un monito a Mosca e a Pechino.

Approfittando dell’assenza del consigliere sovietico – ritiratosi per protesta contro la presenza della sola Cina nazionalista nell’ONU (di cui l’URSS non ne riconosceva la legittimità) – il governo americano riuscì ad ottenere, senza impedimenti, un voto favorevole all’intervento militare da parte del Consiglio di sicurezza. In questo modo, forte dell’appoggio internazionale, Harry Truman riuscì ad arginare il Congresso, evitando di chiedere una formale dichiarazione di guerra. A capo delle manovre militari del FEC (Far East Command) – il 7 luglio – arrivò una vecchia conoscenza, il Generale Douglas MacArthur, ovverosia l’uomo che aveva sconfitto i giapponesi nel Pacifico, dettato le condizioni della pace e governato il Giappone. Con la scesa in capo di MacArthur, il conflitto all’altezza del 38° parallelo, acquistò tutt’altra dimensione: non più il conflitto dell’ONU contro uno stato aggressore, bensì quello fra blocco occidentale e potenze comuniste: fra USA e Cina.

Infatti, l’aggressione da parte della Corea del Nord, per il segretario di Stato americano dell’epoca, Dean Acheson – nonché per Konrad Adenauer (Cancelliere della Germania Occidentale) e per molti occidentali – apparve come preludio di un attacco comunista all’Europa occidentale, attraverso la Germania. La suddetta atmosfera alimentò sempre più l’insistenza americana sul bisogno di riarmare la Germania al fine di contrastare la minaccia sovietica. A tal riguardo, nel luglio dell’anno successivo, Truman approvò un memorandum in cui s’insisteva sul fatto che «la sostanziale sovranità della Germania» doveva essere ripristinata. Il 12 settembre 1950, alla Conferenza dei Ministri degl’Esteri tenutasi a New York, Dean Acheson annunciò una decisione che sarebbe stata una completa rivoluzione nel modo di pensare del popolo americano. Quattro delle sei divisioni delle truppe americane sarebbero state inviate in Europa e incluse nella NATO sotto il comando di un americano, probabilmente Eisenhower.

La risposta alla proposta di Acheson non si fece attendere. Il 24 ottobre 1950, il primo ministro francese, René Pleven, propose la creazione di un esercito europeo di nazionalità mista, con un ministro europeo di nazionalità mista, con un ministro europeo della difesa responsabile dinanzi ad un’assemblea europea. La Germania occidentale avrebbe partecipato all’esercito attraverso sue unità, ma queste sarebbero state inquadrate in divisioni europee[3]. Nello specifico, il “piano Pleven” suggeriva di risolvere la questione, con gli stessi metodi e con lo stesso spirito che avevano condotto all’istituzione della CECA (Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, il cui Trattato – firmato il 18 aprile 1951 ed entrato in vigore il 23 luglio 1952 – trova il suo fondamento nel discorso del 9 maggio 1950 di Robert Shuman). Il Primo Ministro riteneva che un esercito europeo non poteva essere creato semplicemente ponendo, fianco a fianco, contingenti delle Singole Nazioni, questo avrebbe soltanto mascherato una coalizione di vecchio stile. l’esercito doveva essere messo a disposizione del comando dell’Alleanza Atlantica, rispettando – ovviamente- tutte le obbligazioni assunte nell’ambito del Patto Atlantico.[4]

Come si può immaginare, all’inizio, Washington reagì con costernazione e sgomento, giudicando il piano Pleven concepito precipitosamente senza una seria consulenza militare, irrealistico e indesiderabile. La proposta sembrò disegnata per prorogare all’infinito la partecipazione della Germania. Acheson non era contrario ad un esercito europeo in quanto tale, ma riteneva che una Comunità Europea di Difesa (CED) potesse essere accettata soltanto come soluzione di lungo termine, posta sotto l’ombrello della NATO.

Tuttavia, lo scenario internazionale non era dei più propizi per la costituzione della CED. Infatti, la Francia era impegnata in Indocina, dove la guerra contro il fronte di liberazione vietnamita era divenuta sempre più difficile, provocando grandi lacerazioni interne ed esterne. A dare il colpo di grazia al progetto, furono la morte di Stalin, il 5 marzo 1953, e la firma dell’armistizio della guerra in Corea, il 27 luglio 1953 a Panumujom. Quest’ultimo, si ebbe anche a seguito dell’uscita di scena del generale MacArthur, congedato bruscamente da Truman, il quale temeva che il modus operandi del generale potesse portare il conflitto all’estreme conseguenze dell’uso della bomba atomica.

Alla fine della guerra, tra le altre cose, si comprese che la bomba atomica era «un’arma politica più che militare destinata a pesare soprattutto nei rapporti di forza e come deterrente contro le minacce dell’avversario»[5].

Così, tornando ai tempi attuali, tali test nucleari ci inducono a riflettere sui corsi e ricorsi storici.

Rosy Merola

[1] Nella storica conferenza di Jalta, svoltasi il 4 febbraio 1945, Stalin e Roosevelt – tra le altre cose – decisero che al termine del conflitto mondiale le rispettive truppe avrebbero occupato la Corea, da nord e da sud, fermandosi – appunto – al 38° parallelo. Qui, le milizie sarebbero rimaste fino alla costituzione di un unico Stato dipendente. Tuttavia, così non fu. Nell’agosto del 1948, a sud, nacque una Repubblica di Corea sotto la guida di Syngman Rhee. Invece, a nord – sempre nello stesso anno – fu costituita una Repubblica popolare di Corea, sotto la presidenza di Kim Il-sung.

[2] ROMANO, SERGIO, Cinquant’anni di storia mondiale,Longanesi &C, Milano, 1995, 13° Edizione, p. 47.

[3] WINAND, PASCALINE, Eisenhower, Kennedy, and the United States of Europe, New York, S. Martin’s Press, 1993, pp. 25-26.

[4] “Déclaration du Gouverneur français René Pleven le 24 octobre 1950”, in Journal officiel de la République française. 10.1950, pp. 7118-7119. In particolare Plenev riteneva che un esercito europeo non poteva essere creato semplicemente ponendo, fianco a fianco, contingenti delle Singole Nazioni, questo avrebbe soltanto mascherato una coalizione di vecchio stile. Per il Primo Ministro francese, l’esercito integrato doveva essere costituito da 40 divisioni nazionali di 13.000 uomini in uniforme europea. Inoltre, il piano prevedeva 4 istituzioni: un Commissariato collegiale di 9 membri dotato di poteri di azioni e di controllo, un Consiglio dei ministri detentore del vero potere decisionale, un’Assemblea Parlamentare e una Corte di giustizia.

[5] S. ROMANO, op. cit., p.49.

Definisco il mio percorso professionale come un “volo pindarico” dalla Laurea in Economia e Commercio al Giornalismo. Giornalista pubblicista, Addetta stampa, Marketing&Communication Manager, Founder di SinergicaMentis. Da diversi anni mi occupo della redazione di articoli, note e recensioni di diverso contenuto. Per il percorso di studi fatto, tendenzialmente, mi occupo di tematiche economiche. Nello specifico, quando è possibile, mi piace mettere in evidenza il lato positivo del nostro Made in Italy, scrivendo delle eccellenze, start-up, e delle storie di uomini e donne che lo rendono speciale. Tuttavia, una tantum, confesso di cadere nella tentazione di scrivere qualcosa che esula dalla sfera economico-finanziaria (Mea Culpa!). Spaziando dall'arte, alla musica, ai libri, alla cultura in generale. Con un occhio di riguardo nei confronti dei giovani esordienti e di quelle realtà che mi piace definire "startup culturali". Perché, se c'è una frase che proprio non riesco a digerire è che: "La cultura non dà da mangiare". Una affermazione che non è ammissibile. Soprattutto in Italia.

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