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Francesco Gabbani e il suo “Occidentali’s Karma”: tra bravura e furbizia vince il Festival di Sanremo 2017

Sanremo (IM), 11 febbraio 2017 – Premetto che anche a me diverte e coinvolge l’“apparente” leggerezza del brano “Occidentali’s Karma” del furbo (in senso buono) Francesco Gabbani. Apparente (leggerezza) sì, perché dietro ad una musicalità che ti sveglia dal torpore – mettendo per qualche minuto in stand-by i più o meno grevi pensieri quotidiani –, c’è un testo intriso di riferimenti filosofici-culturali (a tratti populisti), spaziando da Shakespeare a Karl Marx.

Furbo perché si presenta sul palco dell’Ariston – sfruttando come si conviene la vetrina sanremese, disciplinata dalle regole dello star system – con un brano tormentone che punta a girare e rigirare (anche) remixato in radio: principio e fine per cui un cantante/cantautore, benché intellettualmente saccente e snob (quindi in antitesi con il nazional-popolare associato al Festival di Sanremo), si mette in gioco. Inoltre, mentre canta, balla, sorride e si dimena, ci infila una frecciatina del tipo “Tutti tuttologi col web”, rinviandoci implicitamente a Umberto Eco e al suo “J’accuse” contro i social, che “hanno dato diritto di parola a legioni di imbecilli” e quindi, anche a molti di noi che – divertiti e trascinati dal sound – lo stiamo ad ascoltare, commentare e a votare sul web. Per questo, tanto di cappello!

Tuttavia, “il ragazzo si farà…”, ma ha ancora tanta strada da percorrere, per apportare qualcosa di originale sul piano musicale. Sì, perché non si può vivere e sopravvivere di furbi espedienti e libere ispirazioni. Non basta copiare – per meglio dire “scimmiottare” –, per sua stessa ammissione la coreografia di “Salirò” di Daniele Silvestri («Ero consapevole che fosse un balletto già visto, ma Silvestri aveva un ballerino, io questa scimmia che è una citazione de La scimmia nuda, il libro in cui di Desmond Morris analizza l’uomo non come essere pensante e intellettuale ma come una delle tante specie di scimmia presenti sul pianeta», come si legge in un’intervista rilasciata al quotidiano Avvenire).

Non bastano i testi pieni di riferimenti e citazioni di spessore, come già fatto in “Amen” (brano vincitore delle nuove proposte del Festival di Sanremo 2016), «canzone (e anche il video originale) concepita – ammette lo stesso Gabbani – quasi come un omaggio al Maestro Franco Battiato», per essere già equiparato a quest’ultimo.  Non basta “il Buddha in fila indiana”, che fa ricordare “I Budda vanno sopra i comodini” del brano “Magic Shop” (tratto dall’album “L’era del Cinghiale Bianco, 1979), che rappresenta una farsa delle mode del tempo legate al facile esoterismo.

Infine, non basta portare sul palco dell’Ariston un ballerino vestito da scimmia, un brano e un outfit non in stile sanremese per essere reputato un innovatore. Infatti, pioniere geniale, ironico e dissacrante nella rottura dell’archètipo del Festival è stato un certo Rino Gaetano che, nel 1978, si presentò con la canzone “Gianna” (piazzandosi al terzo posto, anche se – per dovere di cronaca –, Gaetano aveva intenzione di presentarsi con la canzone Nuntereggae più, ma la sua casa discografica RCA l’obbligò a cambiare). Con questo brano, il cantautore calabrese annullò, in poco più di tre minuti di esibizione, la sacralità del più volte citato evento canoro: parlando di sesso, vestito d’amianto, con una tuba in testa e un caimano distratto al guinzaglio.

Per questo, nonostante non ci sia nulla di nuovo sul fronte “Occidentali’s Karma” saremese, Francesco Gabbani vince la 67esima edizione del Festival di Sanremo: Amen, Namasté, Alé.

Rosy Merola

Definisco il mio percorso professionale come un “volo pindarico” dalla Laurea in Economia e Commercio al Giornalismo. Giornalista pubblicista, Addetta stampa, Marketing&Communication Manager, Founder di SinergicaMentis. Da diversi anni mi occupo della redazione di articoli, note e recensioni di diverso contenuto. Per il percorso di studi fatto, tendenzialmente, mi occupo di tematiche economiche. Nello specifico, quando è possibile, mi piace mettere in evidenza il lato positivo del nostro Made in Italy, scrivendo delle eccellenze, start-up, e delle storie di uomini e donne che lo rendono speciale. Tuttavia, una tantum, confesso di cadere nella tentazione di scrivere qualcosa che esula dalla sfera economico-finanziaria (Mea Culpa!). Spaziando dall'arte, alla musica, ai libri, alla cultura in generale. Con un occhio di riguardo nei confronti dei giovani esordienti e di quelle realtà che mi piace definire "startup culturali". Perché, se c'è una frase che proprio non riesco a digerire è che: "La cultura non dà da mangiare". Una affermazione che non è ammissibile. Soprattutto in Italia.

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