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Parto: il decalogo di Dove e Come Mi Curo per la scelta del giusto ospedale

In vista della II Giornata Nazionale della Salute della Donna, prevista il 22 aprileDove e Come Mi Curo (www.doveecomemicuro.it) portale di public reporting che contiene i dati delle strutture sanitarie italiane pubbliche e private, ha stilato un decalogo per la scelta dell’ospedale in cui partorire e ha realizzato una classifica degli ospedali al top per il parto sia a livello nazionale che regionale (vedi dati allegati regione per regione).

Per l’occasione, Dove e Come Mi Curo ha intervistato Ida Salvo, GdS (Gruppo di Studio) Ostetricia SIAARTI (Società Italiana di Anestesia Analgesia Rianimazione e Terapia Intensiva), su un tema particolarmente caro alle donne: quello dell’accesso all’epidurale 24 ore su 24. Al momento di decidere, è importante non accontentarsi della struttura più vicina a casa, se non rispetta gli standard minimi di qualità e sicurezza. È bene, inoltre, tener conto dell’andamento della gravidanza, se è fisiologica o a rischio, e delle preferenze individuali.

Ecco 10 domande che è bene porsi per individuare l’ospedale più adatto alle proprie esigenze.

  1. Effettua un numero sufficiente di parti all’anno per essere considerato sicuro?

Il volume di parti eseguiti in un anno è un importante indice di sicurezza. Nel scegliere la struttura dove partorire bisogna, quindi, tenerne conto. L’Accordo del 16 dicembre 2010 tra il Governo, le Regioni e le Province autonome di Trento e Bolzano (Linee di indirizzo per la promozione ed il miglioramento della qualità, della sicurezza e dell’appropriatezza degli interventi assistenziali nel percorso nascita e per la riduzione del taglio cesareo) ha fissato la soglia di almeno 1.000 parti all’anno quale parametro standard cui tendere per il mantenimento o l’attivazione dei punti nascita.

 Su www.doveecomemicuro.it è possibile verificare questo dato nella singola scheda dell’ospedale cercando tra le “Aree Terapeutiche con Valutazione Istituzionale” “Gravidanza e Parto”, oppure senza una struttura di riferimento facendo una ricerca per “Gravidanza e Parto”  scoprendo cosa contiene.

In questa sezione, è presente la valutazione istituzionale della struttura (basata su valori di riferimento nazionali, riconosciuti e validati dal Ministero della Salute o dal Programma Nazionale Esiti-PNE), esemplificata da un semaforo a 5 colori: verde scuro, verde chiaro, giallo, arancione e rosso. Quando il semaforo è verde vuol dire che la struttura rispetta i valori di riferimento. Una barra di avanzamento mostra, invece, il posizionamento dell’ospedale all’interno della classifica nazionale.

Qual è la situazione italiana fotografata da Dove e Come Mi Curo?

Le strutture pubbliche o private accreditate che in Italia effettuano parti sono 488, di queste quelle particolarmente performanti che effettuano un numero maggiore di 1000 parti all’anno sono il 36%, quelle che invece non raggiungono la soglia minima di 500 parti e che quindi potrebbero non garantire la sicurezza della donna e del bambino sono il 23%.

Distinguendo tra nord, centro e sud, in termini di volumi di parti:

  • tra le strutture del nord il 39%si colloca tra le più performanti e il 20% tra quelle che non raggiungono la soglia minima di riferimento;
  • tra quelle del centro il 39%si colloca tra le più performanti e il 25% tra quelle che non raggiungono la soglia minima di riferimento;
  • tra quelle di sud e isole il 32%si colloca tra le più performanti e il 26% tra quelle che non raggiungono la soglia minima di riferimento.

La struttura migliore in Italia per volumi di parti secondo la classifica di www.doveecomemicuro.it è l’Ospedale Sant’Anna di Torino (Piemonte).

  1. Rispetta la giusta proporzione di parti con taglio cesareo?

Spesso il parto cesareo viene effettuato senza che ce ne sia davvero la necessità, esponendo mamma e nascituro a rischi che, seppur modesti, sarebbero evitabili. Un basso numero di parti cesarei primari (primo parto con taglio cesareo di una partoriente) eseguiti in una struttura può indicare, quindi, un più alto grado di appropriatezza, segno che i medici e le partorienti hanno condiviso una scelta più adeguata rispetto alla reale necessità. Il decreto ministeriale del 2 aprile 2015 n.70 ha fissato al 25% la percentuale di cesarei come riferimento per le strutture che effettuano un numero di parti maggiore di 1000, mentre al 15% per le strutture che effettuano meno di 1000 parti. Su www.doveecomemicuro.it è possibile verificare il rispetto di queste soglie sempre all’interno della pagina di ogni ospedale.

Qual è la situazione italiana fotografata da Dove e Come Mi Curo?

Le strutture in Italia per le quali è stato calcolato l’indicatore di qualità relativo alla proporzione di tagli cesarei effettuati sono 451: di queste il 31% rispetta i valori di riferimento dettati dalle linee guida (25% di tagli cesarei negli ospedali con numero di parti annui maggiori di 1000 e 15% di tagli cesarei negli ospedali con numero di parti annui maggiori di 500).

Distinguendo tra nord, centro e sud:

  • tra le strutture del nord il 49%rispetta i valori di riferimento dettati dalle linee guida;
  • tra quelle del centro il 27%rispetta i valori di riferimento dettati dalle linee guida;
  • tra quelle di sud e isole il 12%rispetta i valori di riferimento dettati dalle linee guida.

Le 15 strutture più performanti secondo la classifica di www.doveecomemicuro.it (stilata considerando gli ospedali che effettuano il maggior numero di parti e che al contempo rispettano le percentuali di tagli cesarei dei riferimenti istituzionali) sono:

1)    Ospedale Sant’Anna di Torino (Piemonte)

2)    Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo (Lombardia)

3)    Policlinico Universitario A. Gemelli di Roma (Lazio)

4)    Azienda Ospedaliero Universitaria Careggi di Firenze (Toscana)

5)    Presidio Ospedaliero Spedali Civili di Brescia di Brescia (Lombardia)

6)    Policlinico Sant’Orsola – Malpighi di Bologna (Emilia Romagna)

7)    Ospedale di Padova (Veneto)

8)    Ospedale dei Bambini Vittore Buzzi di Milano (Lombardia)

9)    Ospedale Maggiore Pizzardi di Bologna (Emilia Romagna)

10) Ospedale Filippo del Ponte di Varese (Lombardia)

11) Ospedale degli Infermi di Rimini (Emilia Romagna)

12) Policlinico di Modena (Emilia Romagna)

13) Fondazione MB per il Bambino e la sua Mamma di Monza (Lombardia)

14) Fondazione Poliambulanza – Istituto Ospedaliero di Brescia (Lombardia)

15) Ospedale di Parma (Emilia Romagna)

Una particolare nota di merito va all’Ospedale dei Bambini Vittore Buzzi di Milano, all’Ospedale Filippo del Ponte di Varese e alla Fondazione MB per il Bambino e la sua Mamma di Monza: strutture che eseguono meno del 10% di tagli cesarei primari.

  1. È tra le strutture premiate con i Bollini Rosa?

Questo è il premio che O.N.Da (Osservatorio nazionale sulla salute della donna) assegna agli ospedali più attenti alle esigenze delle donne, ossia a quelle strutture che offrono servizi dedicati alla prevenzione, diagnosi e cura delle principali patologie femminili. Per sapere se l’ospedale prescelto è tra quelli premiati basta andare su www.doveecomemicuro.it e cercare i Bollini Rosa (da 1 a 3) tra le certificazioni.

Una nota di merito va alle strutture citate da www.doveecomemicuro.it che hanno ricevuto il Bollino Rosa per il reparto di Ostetricia-Ginecologia e Neonatologia, ovvero i reparti che si occupano delle cure della donna in gravidanza e del neonato: Ospedale Sant’Anna di Torino, Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, Policlinico Universitario A. Gemelli di Roma, Azienda Ospedaliero Universitaria Careggi di Firenze, Presidio Ospedaliero Spedali Civili di Brescia di Brescia, Ospedale di Padova, Ospedale dei Bambini Vittore Buzzi di Milano, Ospedale di Parma, Policlinico di Modena. 

  1.   Garantisce l’analgesia epidurale 24h su 24?

Partorire senza dolore dovrebbe essere un diritto di tutte le donne. L’analgesia epidurale, infatti, è stata inserita nei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) nel 2008.

Ancora oggi, però, in molte si vedono costrette a rinunciarvi, specialmente se il parto avviene di notte o nel fine-settimana. Ora, un passaggio definito “storico” è rappresentato dalla recente pubblicazione in Gazzetta Ufficiale e dall’entrata in vigore dei nuovi LEA. La speranza è che porti a un miglioramento nella diffusione della parto-analgesia. Intanto, l’unico modo per assicurarsela è scegliere un ospedale che la offre 24 h su 24, 7 giorni su 7: una mappa (realizzata con la collaborazione di O.N.Da) delle strutture che la garantiscono è presente nel portale www.doveecomemicuro.it. (Per effettuare la ricerca, basta scrivere nella barra del “cerca” la parola chiave “epidurale” e selezionare la voce “Analgesia epidurale gratuita h24 7 giorni/7” per avere una lista completa degli ospedali).

 

  1. Dispone di un’Unità di Terapia Intensiva Neonatale?

La disponibilità di questo servizio è importante soprattutto nei casi a rischio: quando cioè la gravidanza è gemellare o plurigemellare o in presenza di complicanze (diabete, eccessivo aumento di peso, pressione troppo alta, ecc.). Su www.doveecomemicuro.it è possibile verificare se la struttura prescelta dispone d’Unità di Terapia Intensiva Neonatale (digitando la parola chiave “terapia intensiva neonatale” nella barra del “cerca” e selezionando la voce precompilata che appare).

Se la gravidanza è fisiologica, invece, può essere sufficiente orientarsi verso un centro di I livello (che accoglie donne dalla 34esima settimana di gestazione dove non ci sia bisogno di interventi di livello tecnologico e assistenziale elevato), assicurandosi però che disponga di ‘trasporto in utero’ o di ‘trasporto in emergenza neonatale’ (STEN).

  1. È attrezzato per la raccolta del sangue cordonale?

Non in tutti gli ospedali è possibile conservare per sé o donare le cellule del cordone ombelicale. Se si è interessati a questo servizio, su www.doveecomemicuro.it è possibile individuare gli ospedali attrezzati per la raccolta: basta verificare la presenza della certificazione internazionale JACIE, assegnata da EBMT (Società Europea per Trapianto di cellule staminali emopoietiche, il cui scopo è promuovere un’alta qualità nella cura dei pazienti e nelle performance degli esami di laboratorio, nella raccolta delle cellule staminali emopoietiche, nella trasformazione e nei trapianti di queste cellule, attraverso lo sviluppo di standard internazionalmente riconosciuti). Ci sono altre strutture, inoltre, che svolgono solamente il servizio di raccolta in collaborazione con banche pubbliche o private che si occupano invece della conservazione.

  1. Offre il servizio di rooming-in?

La possibilità di tenere il bambino in camera con sé facilita il buon avvio dell’allattamento al seno e la formazione del legame di attaccamento mamma-bambino. Su www.doveecomemicuro.it è possibile verificare che la struttura prescelta offra questo servizio nella sezione “assistenza integrata”, selezionando neonato in stanza con la madre (rooming-in).

L’attenzione dell’ospedale per l’allattamento al seno è un altro fattore importante da verificare, ad esempio confrontandosi con altre donne che hanno partorito nella stessa struttura. È fondamentale che la neomamma sia seguita dal personale ostetrico nelle fasi di avvio per verificare che l’attacco del bambino al seno sia corretto e scongiurare così problemi futuri, come le fastidiose ragadi.

Principalmente per i bambini ricoverati in Terapia Intensiva Neonatale (ma, se le scorte lo consentono anche per quanti non possono essere allattati dalle madri), sul territorio nazionale sono presenti alcune Banche del Latte Umano, che raccolgono e conservano l’alimento donato dalle donne che ne producono in abbondanza.

  1. Consente al padre del bambino di entrare in sala parto?

La maggior parte delle donne desiderano avere accanto il padre del bambino durante il travaglio. Meglio non dare nulla per scontato e assicurarsi che l’ospedale lo consenta. Secondo il Rapporto sull’evento nascita in Italia (CeDAP) recentemente pubblicato relativo all’anno 2014, la donna ha accanto a sé al momento del parto (esclusi i cesarei) il padre del bambino nel 91,83%. Nel 6,74% ha un familiare e nell’1,42% un’altra persona di fiducia.

  1. È raggiungibile facilmente?

Sebbene non sia il parametro più importante, la distanza da casa è comunque un fattore da tener presente. Poter raggiungere agilmente la struttura al momento giusto è indubbiamente un vantaggio perché consente di ridurre l’ansia della donna nelle ore che precedono il parto. Su www.doveecomemicuro.it si possono verificare la posizione dell’ospedale e la disponibilità di parcheggio interno o adiacente alla struttura.

  1. Dispone di vasca per il parto in acqua o di altri strumenti che agevolano la nascita?

Una volta accertato che l’ospedale risponde ai requisiti minimi di qualità e sicurezza, ci si può concentrare sulla modalità di parto preferita. Alcuni ospedali sono attrezzati con la vasca per il parto in acqua o con strumenti che agevolano la nascita: come la spalliera, lo sgabello olandese o particolari lettini ribassati. Alla base del cosiddetto “parto attivo”, c’è l’idea che la donna debba essere lasciata libera di partorire nella posizione a lei più consona: non per forza sdraiata sul letto, quindi, ma in piedi, sdraiata su un fianco, accovacciata o appoggiata al proprio compagno. Se si intende optare per questa soluzione, è meglio informarsi per tempo sulle possibilità offerte dalla struttura prescelta.

Da oggi in poi, dopo la lettura di questi consigli, la scelta per l’ospedale dove partorire sarà più accurata e facile…. Utilizzando Dove e Come Mi Curo (www.doveecomemicuro.it).

PARTO SENZA DOLORE, UN DIRITTO SOLO “SULLA CARTA”?

Intervista a Ida Salvo, GdS (Gruppo di Studio) Ostetricia SIAARTI
(
Società Italiana di Anestesia Analgesia Rianimazione e Terapia Intensiva)

 

L’epidurale è stata inserita nei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) nel 2008. Fino ad oggi, però, la sua diffusione ha continuato a essere a macchia di leopardo. Ora, con l’entrata in vigore dei nuovi LEA, sarà più semplice accedervi?

Premesso che la parto-analgesia con epidurale rappresenta la tecnica farmacologica di gran lunga più efficace nel controllo del dolore del parto, quello che adesso tutti speriamo è che possa avere una distribuzione più omogenea su tutto il territorio nazionale.  È chiaro, però, che l’entrata in vigore dei nuovi Lea è solo l’inizio di un percorso. Ora spetta alle Regioni, che gestiscono i fondi della Sanità, rendere questo diritto “reale” e non solo sulla carta. Il Ministero della Salute ha dato un’indicazione importante: quella di offrire la parto-analgesia con epidurale solo nei centri più grandi, quelli cioè che effettuano più di 1000 parti all’anno. Così facendo, si raggiungerebbe anche l’obiettivo di centralizzare i parti nelle strutture più sicure. Le donne, infatti, sarebbero portate a scegliere gli ospedali che offrono la parto-analgesia 24 ore su 24. (Una lista dei centri che la garantiscono 24 ore su 24, 7 giorni su 7, realizzata con la collaborazione di O.N.Da, è presente nel portale www.doveecomemicuro.it. Per effettuare la ricerca, basta scrivere nella barra del “cerca” la parola chiave “epidurale” e selezionare la voce “Analgesia epidurale gratuita h24 7 giorni/7”).

I centri più piccoli, che effettuano meno di mille parti all’anno, invece, andrebbero chiusi: è facile intuire che laddove si fanno 1-2 parti al giorno e un taglio cesareo ogni 3 non può essere garantita la qualità delle prestazioni, ma soprattutto non è assicurata la corretta gestione dell’emergenza materna e neonatale. Chiudere i piccoli punti nascita sarebbe anche un buon modo per liberare risorse preziose. Senza spendere un euro in più si riuscirebbe ad offrire maggior sicurezza, sia per la mamma che per il bambino, e la parto-analgesia con epidurale gratuita a coloro che la richiedono. Le donne possono anche informandosi presso gli uffici Urp, controllando quanto viene dichiarato nella carta dei servizi degli ospedali; scegliendo di partorire nei posti più sicuri, anche se non sempre sotto casa. Abbiamo 9 mesi per scegliere dove partorire e il tempo necessario durante il travaglio per arrivare nel posto migliore!

 

Quali sono i requisiti minimi affinché un punto nascita possa garantire la parto-analgesia?

Ogni ospedale con più di 1000 parti dovrà organizzarsi in modo da garantire la epidurale. Ciò si traduce con l’avere a disposizione della sala parto anestesisti preparati in tal senso. Il numero di anestesisti da assumere dipenderà dal volume di parti effettuati ogni anno, perché chi pratica più di 3000 parti all’anno ha esigenze diverse da chi ne fa solo 1000. Sicuramente è necessario implementare gli organici e l’autorizzazione per fare ciò dipende dalle Regioni. Per il resto, si tratta di una questione di organizzazione interna agli Ospedali che fa capo ai Direttori Generali che dovranno essere valutati nella loro funzione anche sulla applicazione di questa procedura dei LEA. Non deve accadere che chi lavora in rianimazione, in sala operatoria o in pronto soccorso debba lasciare i pazienti per andare a fare una analgesia in sala parto. Dal canto loro gli anestesisti italiani sono disponibili a trovare soluzioni condivise che garantiscano il diritto alle donne di partorire senza dolore. Siamo in questo settore fanalino di coda in Europa e nel mondo ed è ora di fare qualcosa.

 

Accade spesso che chi ha richiesto l’epidurale finisca per doverci rinunciare?

Sì, specialmente se si partorisce di notte o nel week-end, quando le guardie anestesiologiche sono ridotte al minimo. In un’indagine SIAARTI, svolta qualche anno fa, è emerso che ben il 41% degli ospedali dichiarano di offrire l’epidurale, ma pochissimi in realtà riescono a garantire la prestazione 24 h su 24, 7 giorni su 7.

 

È una prestazione molto richiesta?

Laddove viene offerta gratuitamente la richiesta aumenta molto rapidamente. Non è assolutamente un problema culturale, non più da tempo. È un problema organizzativo. Una nota positiva riguarda i cesarei: l’Associazione O.N.Da ha dimostrato che più della metà dei cesarei richiesti dalle donne (soprattutto nei piccoli punti nascita) avviene per paura del dolore del travaglio. Garantendo l’accesso all’epidurale, quindi, si ridurrebbe anche il numero dei cesarei. Anche in questo siamo tra i peggiori in Europa.

A proposito del parto con taglio cesareo, le donne devono sapere che si tratta di un intervento chirurgico non scevro di complicanze che predispone a una perdita ematica almeno doppia rispetto a un parto vaginale. E poi “un cesareo tira l’altro”, nel senso che quando ne hai fatto uno te lo ripropongono al secondo figlio ed i rischi di complicanze aumentano proporzionalmente. La spiegazione è che il cesareo è un intervento programmabile e veloce, mentre il parto vaginale richiede un notevole dispendio di energie per la struttura. Purtroppo anche le implicazioni medico-legali incidono sulla decisione finale di favorire il cesareo rispetto al parto vaginale. Non è giustificabile, in ogni caso, che alcune piccole strutture arrivino a effettuare un 50-70% di cesarei. Un’alta percentuale si può accettare solo in un centro di riferimento dove giungono i casi più problematici, ma non in una piccola casa di cura. Per migliorare la situazione bisognerebbe, forse, non riconoscere e quindi non rimborsare i cesarei fatti oltre una certa soglia o che comunque non sono giustificati dalla situazione clinica.

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