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Cilento, Ospedale unico del Parco: riflessioni

(Ph Rosy Merola)

 

Qualche giorno fa InfoCilento ha pubblicato un articolo concernente la realizzazione di un ospedale unico del Parco, al cui progetto stanno lavorando alcuni sindaci cilentani. Nello specifico, come si legge nell’articolo citato (qui il link: Un ospedale unico del Parco: sindaci lavorano al progetto): «Il San Luca di Vallo, dovrebbe funzionare come Hub, gli altri fungerebbero da Spoke ma sarebbero comunque in grado di gestire le esigenze della popolazione, senza creare servizi doppione sul territorio: ogni presidio avrebbe una sua specializzazione.»

Tematica su cui i sindaci si sono già confrontati in diverse occasioni. Tra queste, ad esempio, durante una riunione della Comunità del Parco, Vallo di Diano e Alburni (svoltasi il 9 dicembre 2019 nell’Antica Chiesa di San Bartolomeo di Pellare frazione di Moio della Civitella), che prevedeva come quarto punto all’ordine del giorno: “La Sanità in area Parco: problemi, prospettive ed iniziative”. Argomento spinoso quello della sanità pubblica da cui sono emerse posizioni divergenti tra i Primi cittadini dell’area Parco. Soprattutto quando i presenti si sono soffermati sulla richiesta presentata in Regione di riavere una seconda ASL nei territori a sud di Salerno. Da qui, in alternativa, la proposta condivisa da diversi sindaci di puntare sulla realizzazione di un unico grande ospedale.

Riflessioni – Lasciando la questione politica a chi di competenza, il confronto in questione fa emergere in chi scrive delle semplici riflessioni di natura puramente “tecnica”, legate a concetti di teoria economica e di economia sanitaria. Innanzitutto, proviamo ad individuare i potenziali punti di forza di un ospedale unico del Parco  con un assetto organizzativo Hub & Spoke (trad. mozzo e raggi). Per farlo è necessario partire dall’origine, ovvero dal modello che è stato adottato per la prima volta nello Stato americano della Louisiana più di 30 anni fa. Tale premessa è necessaria per comprendere le motivazioni che, all’epoca, spinsero in tale direzione e – allo stesso tempo – ci permette di provare a fare un raffronto con il territorio cilentano. In particolare, come evidenzia uno studio (“La riorganizzazione hub & spoke della rete oncologica: unita di competenza”, ad opera del direttore del Dipartimento Oncologico USL Toscana Centro, Luisa Fioretto), due sono gli elementi che caratterizzano lo Stato della Louisiana: 1) significativa frammentazione territoriale; 2) limitata offerta di servizi sanitari e personale in un territorio caratterizzato – in prevalenza – da un basso livello socio-economico locale.

Due aspetti che, con le opportune differenze, sono riscontrabili anche nel Cilento. Nel caso specifico, l’ospedale unico del Parco dovrebbe avere come hub centrale (il centro cilentano di riferimento volto a garantire le funzioni ospedaliere di base) – come già accennato riportando quanto scritto da InfoCilento –, l’ospedale San Luca di Vallo della Lucania, mentre gli altri presidi ospedalieri dislocati sul territorio fungerebbero da strutture spoke (ciascuno con una loro specializzazione e prestazioni sanitarie specifiche). Il venir meno “di servizi doppione sul territorio” dovrebbe – il condizionale in questi casi è sempre d’uopo – determinare una più efficiente allocazione delle risorse economiche e dei compiti tra i diversi presidi ospedalieri (con un conseguente incremento della qualità, efficienza e tempestività dell’erogazione della prestazione), un aumento dell’offerta di servizi sanitari e una minimizzazione dei costi e degli sprechi. Punti di forza (se confermati) non da poco.

 

Tuttavia, questo tipo di modello presuppone che alla base ci sia un’ottimizzazione nella distribuzione territoriale del trasporto (“transport topology optimization”). In particolare, la soluzione ottimale sarebbe quella di avere pochi tragitti che colleghino gli spoke all’hub centrale. Ciò consentirebbe di agevolare l’afflusso dei pazienti. Sotto tale profilo, allo stato attuale delle infrastrutture e dei trasporti territoriali, il Cilento evidenzia notevoli lacune e criticità. Fattore, quest’ultimo, che tenderebbe ad incidere negativamente sul buon funzionamento del modello hub & spoke che si sta pensando di attuare nel comprensorio cilentano. Alla luce di quanto scritto fino ad ora, in estrema sintesi, si evince che condizione necessaria anche se non sufficiente per minimizzare i rischi e garantire il giusto funzionamento di un ospedale unico del Parco, è un necessario intervento sostanziale sulla rete dei collegamenti stradali e dei trasporti in generale. In assenza di ciò, il pericolo è che si vanifichino i vantaggi sopraindicati, mentre gli svantaggi prendano il sopravvento. In particolare, si rischia un fallimento concernente lo spostamento di pazienti, personale e materiale. Questo si andrebbe a riflettere negativamente sulla flessibilità delle presentazione in presenza di urgenze giornaliere e, allo stesso tempo, si potrebbe assistere al verificarsi del cosiddetto effetto collo di bottiglia/imbuto. Cosa che implicherebbe un rallentamento nel flusso di lavoro, provocando una congestione nell’erogazione delle prestazioni sanitarie e, conseguentemente, un aumento del tempo d’attesa per i pazienti che si sono rivolti all’hub e, allo stesso tempo, l’allungamento delle liste d’attesa (per quanto riguarda le visite specialistiche) negli spoke.

Conclusioni – Ritornando alla delicata questione della sanità nel Cilento (punto di partenza di questo breve approfondimento) – ovvero se sia più opportuno optare per un ospedale unico del Parco o se, invece, la soluzione migliore sia il ripristino di una seconda ASL a Sud di Salerno (un nuovo centro amministrativo e, quindi, aggiunta di burocrazia) –, prima di procedere in un senso o in un altro, occorre valutare con attenzione tutti i possibili scenari. Perché tali argomentazioni fanno sorgere un’ultima riflessione legata al concetto di teoria economia preso in prestito dalle conseguenze macroeconomiche nella flessibilità dei prezzi e, per estensione, applicata ai servizi e alle prestazioni sanitarie. Nello specifico, come puntualizza il seguente passaggio (tratto dal testo “Dalla Micro alla Macroeconomia”, Ignazio Musu): «Uno dei fenomeni più frequentemente notati nelle moderne economie di mercato è l’esistenza di una flessibilità dei prezzi. I prezzi sono infatti flessibili al rialzo ma sono rigidi o vischiosi al ribasso». Traslando tali concetti al caso in esame, se è probabile che l’adozione di un ospedale unico del Parco – organizzato in hub & spoke – potrebbe avvenire in tempi relativamente rapidi (flessibilità al cambiamento), la stessa celerità potrebbe non verificarsi in senso inverso (questo a causa della “rigidità/vischiosità” di ritornare all’attuale assetto organizzativo dei 5 presidi ospedalieri cilentani), nel caso in cui ci si rendesse conto che il modello adottato non sia la soluzione tanto auspicata per la questione sanitaria nel Cilento. In parole semplici, una volta intrapresa una strada potrebbe essere difficile tornare indietro, ripristinare i reparti e i servizi sanitari presistenti. Il caso dell’ospedale di Agropoli docet.

Qui il link dell’articolo: Cilento, seconda ASL a Sud di Salerno o ospedale unico del Parco? Confronto tra i Sindaci

Rosy Merola

Definisco il mio percorso professionale come un “volo pindarico” dalla Laurea in Economia e Commercio al Giornalismo. Giornalista pubblicista, Addetta stampa, Marketing&Communication Manager, Founder di SinergicaMentis. Da diversi anni mi occupo della redazione di articoli, note e recensioni di diverso contenuto. Per il percorso di studi fatto, tendenzialmente, mi occupo di tematiche economiche. Nello specifico, quando è possibile, mi piace mettere in evidenza il lato positivo del nostro Made in Italy, scrivendo delle eccellenze, start-up, e delle storie di uomini e donne che lo rendono speciale. Tuttavia, una tantum, confesso di cadere nella tentazione di scrivere qualcosa che esula dalla sfera economico-finanziaria (Mea Culpa!). Spaziando dall'arte, alla musica, ai libri, alla cultura in generale. Con un occhio di riguardo nei confronti dei giovani esordienti e di quelle realtà che mi piace definire "startup culturali". Perché, se c'è una frase che proprio non riesco a digerire è che: "La cultura non dà da mangiare". Una affermazione che non è ammissibile. Soprattutto in Italia.

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