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Di giornalismo, di teoria economica e altre sciocchezze: “Le fake news scacciano le good news”

 

Sempre più spesso, i neuroni del mio emisfero “giornalistico” entrano in sinapsi con quelli dell’emisfero “economico”. In ordine di tempo, l’ultimo scontro/incontro di cui sopra è stato causato dall’inveire contro i giornalisti – rei di fare del “terrorismo informativo” in merito al Coronavirus – da parte di una donna durante un viaggio in treno. Voce che si unisce al sempre più numeroso coro che quotidianamente sento/leggo/vedo puntare il dito contro tale ordine professionale. In questa babele crossmediale, ovviamente, riesco a capire tale convinzione. D’altronde, come si fanno a scacciare i neri pensieri quando leggi i titoli/articoli di alcuni quotidiani, oltre che le esternazioni di certi giornalisti/direttori? Difficile. Molto difficile. Anche per gli addetti ai lavori. Riflessioni che mi hanno fatto tornare in mente dei concetti abbastanza frequenti nei libri di teoria economica.

Nello specifico, mi sono ricordata di un vecchio testo “Informazione e teoria economica” (foto copertina), oggetto – tra gli altri – dell’esame di Economia II sostenuto con l’ex ministro dell’Economia e delle Finanze, Pier Carlo Padoan. Come si legge nella quarta di copertina di tale antologia: «Nell’ultimo trentennio il tema dell’informazione ha ricevuto un’attenzione via via crescente da parte degli economisti sino a divenire uno degli argomenti centrali per l’intera teoria economica. Alcuni degli sviluppi più recenti della economia dell’informazione hanno infatti costituito il fertile terreno su cui sono state rielaborate visione diverse del funzionamento del sistema economico. […] Gli sviluppi in questione riguardano le aspettative razionali e i problemi posti dall’informazione asimmetrica, come il “rischio morale” e la “selezione avversa”».

Teoria economica: “Asimmetria informativa” – Per quanto concerne l’asimmetria informativa (come ho scritto nell’appunto a matita a margine del paragrafo 2.2, foto 1), questa si verifica quando: «L’informazione completa prevale su di un lato di mercato, mentre l’informazione incompleta caratterizza l’altro lato. Ciò significa abbandonare l’ipotesi d’informazione comune e supporre che alcuni soggetti siano in possesso di informazione privata».

Chi ha una informazione completa si trova in una posizione di forza rispetto a chi ha dei dati informativi scarsi e/o parziali. Questo, come descritto sopra, può generare comportamenti scorretti nell’ambito di un rapporto sia ex-ante (selezione avversa) ed ex-post (moral hazard). Tutto ciò, può portare al fallimento del mercato di riferimento.

Con l’espressione rischio morale (in inglese moral hazard) si definisce – come anticipato – un comportamento post-contrattuale sleale. Sintetizzando, la controparte che possiede un bene o servizio ha la possibilità di variarne la qualità attraverso azioni che non possono essere osservate dall’altra parte che partecipa allo scambio, il che costituisce di nuovo informazione asimmetrica (l’esempio da manuale è mutuato dal mercato assicurativo, da cui trae origini il termine “rischio morale”. Nell’ambito delle polizze assicurative era stato osservato che gli assicurati sistematicamente andavano a modificare il loro comportamento, apparendo più prudenti rispetto a quanto effettivamente erano).

Sfogliando il testo troviamo un contributo dal titolo “Il mercato dei «bidoni»: incertezza sulla qualità e meccanismo di mercato” (di George A. Akerlof, foto 1). In particolare, mi voglio soffermare su due sottoparagrafi: 2.1. Il mercato delle automobili; 2.2. Informazione asimmetrica.

 

(foto 1)

Nel primo (2.1), l’autore prende in esame il mercato delle automobili, individuando 4 tipologie di macchine: nuove, usate, buone e cattive. Sono queste ultime al centro dell’attenzione (le macchine “cattive” negli USA vengono definite “lemons”, ovvero “bidoni”). In estrema sintesi, solo il concessionario può sapere se la macchina che sta vendendo è buona oppure è un bidone. L’acquirente potrà effettuare tutti gli accertamenti del caso, tuttavia, solo usando la macchina potrà avere la certezza di aver fatto un buon acquisto, o se invece è stato bidonato (siamo in presenza di “asimmetria informativa”).

Inoltre, ad un certo punto della disanima, per spiegare cosa accade nell’ambito del mercato delle automobili, l’autore chiama in causa una vecchia legge economica, la Legge di Gresham (“la moneta cattiva scaccia quella buona”). Si legge nel testo in esame: «[…] Poiché la maggior parte delle macchine scambiate sono i bidoni mentre le macchine buone non vengono affatto contrattate, le macchine “cattive” tendono a scacciare quelle “buone”».

Economia e giornalismo: “Il mercato delle news” – Scritto ciò, ritornando all’incipit di questo scritto – all’incontro tra economia e giornalismo – possiamo provare a traslare i concetti di “asimmetria informativa”, “rischio morale” e “selezione avversa”, con le opportune differenze al settore dell’informazione giornalistica. Possiamo ipotizzare, con tutte le eccezioni del caso, un “mercato delle news”, dove i media (giornali/tv/radio/web) sono in una posizione di forza rispetto ai fruitori di notizie.

Fase iniziale – Molto prima della nascita e dell’evolversi dei nuovi media e dei social (che possiamo considerare come una sorta di variabile molto aleatoria), secondo la teoria economica, i soggetti si comportavano in maniera passiva nei confronti dell’informazioni. In particolare, quest’ultimi, si rassegnano e si adattano all’incertezza, reputando non migliorabile la reperibilità d’informazione (imperfetta). Temporalmente, si può pensare che ciò si verifichi all’inizio della diffusione dei giornali, il cui acquisto è condizionato dallo status economico (lo si può considerare come un bene di lusso, non di prima necessità) e dal livello di istruzione/alfabetizzazione. Nella sopradescritta fase, il numero di quotidiani e il flusso di notizie prodotto è abbastanza contenuto. Quest’ultime circolano attraverso i giornali cartacei e poi si diffondono – tra chi non può acquistare un quotidiano – attraverso il passaparola, il “sentito dire”. La possibilità di acquistare il giornale, se da un lato mette il soggetto in condizione di leggere un fatto da una fonte diretta, dall’altro non riduce il gap informativo rispetto alla fonte/giornale/giornalista (rimane l’asimmetria informativa). In generale, in tale fase, dove le notizie sono limitate (solitamente locali e più facili da verificarne l’attendibilità), siamo in presenza di scarsa concorrenza tra gli organi di stampa, mentre gl’interessi economici sono contenuti. Ciò implica che i media sono poco incentivati a porre in essere dei comportamenti sleali, i quali si potrebbero rivelare controproducenti. Alla luce di ciò, i giornali per salvaguardare la propria reputazione e restare sul mercato, tendenzialmente eviteranno di far circolare notizie false.

Seconda fase: passaggio dall’economia dell’incertezza all’economia dell’informazione – In una fase successiva, con il modificarsi delle condizioni socio-economiche, si allarga la base dei soggetti che, oltre a poter acquistare un giornale, hanno maggiori strumenti cognitivi e conoscenze. I fruitori di giornali diventano più selettivi e diffidenti nei confronti degli organi di informazione. Accanto all’aumento di domanda di informazioni/giornali – insieme al proliferare di vecchi e nuovi media – aumenta anche l’offerta di notizie. Ritornando alla teoria economica, per estensione si può dire che i soggetti – in questa fase – reagiscono all’incertezza acquisendo ed elaborando informazioni, la cui distribuzione tra i soggetti diventa eterogenea. Tenendo presenti le due fasi sopradescritte, si può parlare di un passaggio dall’economia dell’incertezza a quella dell’economia dell’informazione (per dovere di cronaca, la teoria economica spiega ciò prendendo come riferimento il modello Arrow-Debreu). In tale passaggio, tra le altre cose, si comincia ad incrinare il rapporto di fiducia tra i fruitori e i fornitori di notizia. Rapporto che tende al suo “break-even point” – al suo punto di rottura – con l’avvento del web e, soprattutto, dei social. L’informazione comincia a viaggiare in rete. Accanto ai giornali in forma cartacea, iniziano a nascere i siti di informazione. Le notizie si diffondono in maniera più veloce e i giornalisti sono tenuti a mantenere il passo, sempre – o almeno si spera – nel rispetto delle regole e della deontologia professionale. La concorrenza tra i media si fa più serrata e gli interessi economici più incisivi.

Terza fase: Informazione online e “clickbaiting” –  In questa terza fase, l’informazione online riesce ad imporsi e a sottrarre quote di mercato alle altre tipologie di media. Progressivamente anche i preesistenti mezzi d’informazione (stampa/tv/radio), sulle prime scettici rispetto alla rete, iniziano a lanciare i propri siti online per contenere la fuga di lettori e le conseguenti perdite economiche. Infatti, quello che può sembrare il più gratuito dei gesti – un click –, ripetuto da tantissime persone si trasforma in un generatore di ricchezza. Si crea una sorta di spirale: più cresce il volume di visualizzazioni, più si scala la “vetta” nel posizionamento dei motori di ricerca. Più si sale, più aumentano le visualizzazioni del sito. Così facendo, quest’ultimo diventa appetibile per gli inserzionisti pronti ad acquistare spazi pubblicitari. Nel tentativo di appropriarsi di una fetta (il più possibile corposa) della ricchezza e sopravvivere alla concorrenza, i media online iniziano ad attuare azioni volte a catalizzare l’attenzione del lettore. Cominciano ad essere più rapidi e tempestivi nel lanciare la notizia e condividerla sui social (chi prima diffonde un contenuto sul web ha più probabilità di assicurarsi i “click” degli internauti). Velocità nella pubblicazione che va ad incidere negativamente sulla qualità e, soprattutto, sul vecchio e fondamentale principio riguardante la verifica delle fonti: pilastro portante del Giornalismo con la “G” maiuscola. Emblema di un giornalismo “slow” che – visti i tempi moderni –, può indurre gli addetti al settore al grave errore di considerare anacronistico tale passaggio fondamentale.

Prolifera il clickbaiting (letteralmente “esche da click”), ovvero una tecnica acchiappaclick, dove l’aspetto emotivo e curioso gioca un ruolo essenziale. Foto accattivanti e titoli “sensazionalistici” volti a suscitare l’attenzione del lettore e carpirne l’ambito “click”. Tecnica che possiamo considerare la linea di demarcazione tra “buona” e “cattiva” informazione online: dal clickbaiting si passa al bad clickbaiting. Infatti, al fine di raggiungere il sopraindicato scopo – essendo la posta in palio (gli introiti economici) alta –, alcuni siti/giornali online cominciano ad attuare comportamenti sleali e poco, o per nulla, in linea con la deontologia professionale. Ecco che sempre più notizie false o “fake news” cominciano a dilagare nel mare magnum dell’informazione. Un duro affondo per il già precario e incrinato rapporto di fiducia tra lettore e giornali/giornalisti, rei di fare disinformazione. In alcuni casi, addirittura” del “terrorismo informativo”.

Sempre con le opportune distinzioni, si configura ciò che – all’inizio di tale contenuto –, era stato descritto in riferimento al mercato delle macchine. Nel caso dell’informazione, i nuovi “lemons” sono rappresentati dalle notizie cattive/fake news. Si arriva, così, ad una riformulazione ad hoc della Legge di Gresham: «Le notizie cattive/fake news scacciano quelle buone/good news».

Una situazione insostenibile nel lungo periodo. Infatti, senza un’opportuna regolamentazione – con un conseguente ed efficace sistema sanzionatorio (di tipo giuridico ed economico) –, il mercato dell’informazione (così come lo intendiamo ora) tenderà ad implodere. Uno scenario che le moderne democrazie non si possono permettere il lusso di rischiare.

Rosy Merola

Definisco il mio percorso professionale come un “volo pindarico” dalla Laurea in Economia e Commercio al Giornalismo. Giornalista pubblicista, Addetta stampa, Marketing&Communication Manager, Founder di SinergicaMentis. Da diversi anni mi occupo della redazione di articoli, note e recensioni di diverso contenuto. Per il percorso di studi fatto, tendenzialmente, mi occupo di tematiche economiche. Nello specifico, quando è possibile, mi piace mettere in evidenza il lato positivo del nostro Made in Italy, scrivendo delle eccellenze, start-up, e delle storie di uomini e donne che lo rendono speciale. Tuttavia, una tantum, confesso di cadere nella tentazione di scrivere qualcosa che esula dalla sfera economico-finanziaria (Mea Culpa!). Spaziando dall'arte, alla musica, ai libri, alla cultura in generale. Con un occhio di riguardo nei confronti dei giovani esordienti e di quelle realtà che mi piace definire "startup culturali". Perché, se c'è una frase che proprio non riesco a digerire è che: "La cultura non dà da mangiare". Una affermazione che non è ammissibile. Soprattutto in Italia.

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