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Gli ottant’anni del “chierico vagante e baccelliere” Francesco Guccini

 

(Guccini e Pagani)

 

Sebbene in passato Francesco Guccini abbia puntualizzato: «[…] lascio che siano altri a farlo. Perché come si fa a raccontare di lampi improvvisi, di sensazioni fugaci, dell’affannosa e pure eccitante ricerca di parole, che siano quelle giuste, di rime che si incastrino nei versi», spero non se la prenda se, nell’anno 2020 di nostra vita Io, «eterno studente perché la materia di studio sarebbe infinita, e soprattutto perché so di non sapere niente, vada come vada (anche se) a volte mi vergogno di fare il mio mestiere»[1], prendo in prestito i titoli e i versi di alcune sue canzoni al fine di ringraziarlo per aver speso buona parte dei suoi ottant’anni componendo poesie in musica (16 album e 161 canzoni, troppe per poterle citare tutte in questo breve scritto. N.d.R) e componenti vari (23 libri): «Quando uno è bravo…»[2]!

Un “Compleanno” importante, quindi. «Per l’esattezza però – come ha scritto sempre Guccini in un suo contributo dal titolo “Non so che viso avesse – Quasi un’autobiografia (Giunti editore, 2020)[3], pubblicato su La Repubblica – bisognerebbe dire: “Sono nato il 14 giugno dell’anno 1940″. Perché questo? Perché non è una data come un’altra. Quel giorno, dopo aver sfondato in Belgio e in Olanda e superata la linea Maginot schiacciando l’esercito francese e il Corpo di Spedizione Inglese, le truppe tedesche sfilavano in parata attraversando una spettrale Parigi e ci sarebbero voluti quattro anni e centinaia di migliaia di morti prima che la città fosse di nuovo libera dall’oppressione nazista. Eppure di questi anni, della sofferenza di un popolo e di questi morti, non c’è traccia nella mia biografia»[4].

Nonostante ciò, quel 14 giugno 1940 – volente o nolente – ha lasciato tracce evidenti nel percorso cantautorale di Guccini, portandolo a comporre canzoni «con una precisa coscienza politica»[5] e sociale. A tal riguardo, come non ricordare “La canzone del bambino nel Vento (Auschwitz)”, “Stagioni” dedicata a Che Guevara, “Primavera di Praga”, “Su in collina” e “Quel giorno di aprile” (due brani contenuti nel cd di Francesco Guccini, ‘L’ultima Thule’ del 2012, dove il cantautore ricorda la Resistenza e il 25 aprile) e molte altre. Canzoni che per via del loro contenuto, in passato hanno portato Guccini a doversi soffermare sul suo rapporto con il Comunismo, puntualizzando: «[…] ho votato socialista. Non sono mai stato comunista. Tutti credono che lo sia; ma non è vero. Mi viene da dire, come a quei razzisti che sostengono di avere molti amici di colore, che ho molti amici comunisti. Ma lo stalinismo non poteva piacere a uno come me: libertario, azionista. I miei eroi sono i fratelli Rosselli e Duccio Galimberti. Semmai, lo dico con grande ritegno, mi sentivo anarcoide. Avvertivo il fascino dell’anarchia, dal punto di vista romantico più che reale».

Sarà forse per questa sua tendenza all’anarchia in chiave romantica che Guccini trova ispirazione nei protagonisti di poemi epici (“Odysseus”), celebri romanzi e commedie teatrali. Chi dei suoi estimatori, almeno una volta, non si è immedesimato nel suo “Don Chisciotte”, oppure nel suo «povero cadetto di Guascogna» descritto in quel capolavoro di “Cyrano”? Quasi nessuno, probabilmente.

In bilico tra “Il sociale e l’antisociale”, grazie ai suoi numerosi riferimenti geografici, i testi di Guccini hanno fatto anche viaggiare. “Fra la via Emila e il West”, non prima di aver percorso la “Statale 17” con annessa sosta in “Autogrill” – dove «la ragazza dietro al banco mescolava birra chiara e 7 Up» -, passando per “Bologna”, “Emilia”, “Milano” e “Venezia” con il suo «Leone di San Marco, l’arma cristiana è al varco dell’Oriente …», ha tracciato la strada per l’Asia che «par che dorma, ma sta sospesa in aria l’immensa, millenaria sua cultura». In questo modo, la lirica dei suoi versi – «[…] effemeridi che guidano ogni azione, lasciandoci soltanto il vano filtro dell’illusione»[7] – hanno portato chi lo ascolta ad immaginare «Bisanzio… un sogno che si fa incompleto»[8], «[…] mentre correva la fantasia verso la prateria, fra la via Emilia e il West…»[9], fuggendo da quella “Piccola città”«[…] Pavana un ricordo lasciato tra i castagni dell’ Appennino»[11], al fine di raggiungere «L’America, il mondo sognante» [12]. Una volta arrivati fin lì: «[…] perché non andare in Argentina? Mollare tutto e andare in Argentina»[13].

Così facendo «[…] ad ogni viaggio reinventarsi un mito, a ogni incontro ridisegnare il mondo e perdersi nel gusto del proibito sempre più in fondo»[14]. Alla luce di ciò, nei versi di Guccini, il viaggio diventa anche un momento introspettivo: «E pensavo dondolato dal vagone: cara amica il tempo prende il tempo dà. Noi corriamo sempre in una direzione ma qual sia e che senso abbia chi lo sa. Restano i sogni senza tempo, le impressioni di un momento, le luci nel buio di case intraviste da un treno. Siamo qualcosa che non resta, frasi vuote nella testa e il cuore di simboli pieno»[15]. Tutto ciò per arrivare a capire che «[…] non siamo una strada né malinconia, un treno o una periferia»[16]. Non siamo molto se non preserviamo le nostre “Radici”, «[…] quei legami, i riti antichi e i miti del passato. […] La casa è come un punto di memoria, le tue radici danno la saggezza e proprio questa è forse la risposta e provi un grande senso di dolcezza»[17].

Sì, perché tra le note e le parole di Guccini, trova spazio anche la dolcezza, «[…] un pensiero cullato o un amore che è nato e non sai che cos’è»[18], di quel «vorrei perché non sono quando non ci sei…». “Canzoni quasi d’amore” che hanno scandito lo scorrere del tempo e delle “Stagioni”, passando dagli «[…] anni fatati di miti cantati e di contestazioni. […] giorni passati a discutere e a tessere le belle illusioni»[19], a quelli attuali delle «giornate senza senso, come un mare senza vento, come perle di collane di tristezza…»[20] della recente Fase 1 della pandemia da Covid-19,  dove per sopravvivere «negli angoli di casa cerchi il mondo, nei libri e nei poeti cerchi te…»[21]. Perché Maestro, per chi le ascolta, le sue canzoni sono «una scatola magica, spesso riempita di cose futili ma se la intessi d’ironia tragica, ti spazza via i ritornelli inutili»[22].

Ecco che “al fin della licenza”, «[…] come se il tempo per noi non costasse l’uguale»[23], le auguriamo di avere per molti anni «ancora la forza di non tirarsi* indietro. Di scegliersi* la vita masticando ogni metro. Di far la conta degli amici andati e dire: “Ci vediam (molto!) più tardi”»[24].

Rosy Merola

[1] “Addio”, contenuto nell’album “Stagioni” (2000).

[2] “I Fichi” – D’Amore Di Morte E Di Altre Sciocchezze (1996).

[3] e [4]

www.repubblica.it/spettacoli/musica/2020/06/13/news/francesco_guccini_non_so_che_viso_avesse_-258964449/

[5] “I Fichi” – D’Amore Di Morte E Di Altre Sciocchezze (1996).

[6] “Asia” – Fra La Via Emilia E Il West – Vol. 1 (1984).

[7] “Stelle” – D’Amore Di Morte E Di Altre Sciocchezze (1996).

[8] “Bisanzio” – Metropolis (1981).

[9] “Piccola città” – Radici (1972).

[11] e [12] “Amerigo” – Amerigo (1978).

[13] “Argentina”- Guccini (1983).

[14] “Odysseus” – Ritratti (2004).

[15] “Incontro” – Radici (1972).

[16] “Quello Che Non…” – Quello Che Non… (1990).

[17] “Radici” – Radici (1972).

[18] “Farewell” – Parnassius Guccinii (1994).

[19] “Stagioni” – “Stagioni” (2000).

[20] e [22] “Un altro giorno è andato” – Fra La Via Emilia E Il West – Vol. 2 (1984).

[23] “Canzone delle domande consuete” – Quello Che Non… (1990).

[24] “Ho ancora la Forza” – – Ritratti (2004).

* Piccola variazione del testo.

In grassetto i titoli delle canzoni di F.Guccini.

Definisco il mio percorso professionale come un “volo pindarico” dalla Laurea in Economia e Commercio al Giornalismo. Giornalista pubblicista, Addetta stampa, Marketing&Communication Manager, Founder di SinergicaMentis. Da diversi anni mi occupo della redazione di articoli, note e recensioni di diverso contenuto. Per il percorso di studi fatto, tendenzialmente, mi occupo di tematiche economiche. Nello specifico, quando è possibile, mi piace mettere in evidenza il lato positivo del nostro Made in Italy, scrivendo delle eccellenze, start-up, e delle storie di uomini e donne che lo rendono speciale. Tuttavia, una tantum, confesso di cadere nella tentazione di scrivere qualcosa che esula dalla sfera economico-finanziaria (Mea Culpa!). Spaziando dall'arte, alla musica, ai libri, alla cultura in generale. Con un occhio di riguardo nei confronti dei giovani esordienti e di quelle realtà che mi piace definire "startup culturali". Perché, se c'è una frase che proprio non riesco a digerire è che: "La cultura non dà da mangiare". Una affermazione che non è ammissibile. Soprattutto in Italia.

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