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“Romanacci Tua!”di Stefano Vigilante (‘round midnight edizioni): Ciak, ce girano!

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Fedele alla linea (editoriale), la ‘round midnight edizioni prosegue la propria mission – ovverosia quella di mettere, nero su bianco, “storie succose, esistenze normali, noir, poesia ruvida, disegni e foto che lascino una ferita sulla nostra anima” – attraverso la sua ultima novità editoriale: “Romanacci Tua!”, dello scrittore Stefano Vigilante.

Un pamphlet che, a pieno titolo, è stato inserito nella “Collana Little Walter”, omaggio all’armonicista che – come spiega la stessa casa editrice –, rappresenta l’unione tra due mondi: il blues del passato e quello del futuro. Romanacci Tua!, infatti, rappresenta una sorta di breve viaggio nella Roma degli anni settanta, con delle contaminazioni e punti di riflessioni concernenti i tempi attuali. Il tutto legato dal fil giallo-rouge dei ricordi dell’autore, che fa da collante tra passato e presente.

In verità, per essere più specifici, le vicissitudini narrante da Stefano Vigilante sono incentrate – come si legge nel libro –  in «quella zona che, hai presente, sta tra la chiesa di Sant’Elena all’inizio della Casilina, dove in Roma Città Aperta Aldo Fabrizi faceva il prete, hai presente Aldo Fabrizi? E via Montecuccoli sulla Prenestina dove Anna Magnani nello stesso film, hai presente, o no? Se spalmava a terra sulle fucilate dei tedeschi gridando: Francesco. Francescoo. Franescooooo. Hai presente?».

Sì: il quartiere Pigneto, come era ieri. Invece, oggi: «Scherzi! Il Pigneto è come se fosse il quartiere latino di Parigi, il Green Village di Manhattan a New York, tu non hai idea di che fermento c’è oggi al Pigneto».

E così, attraverso le pagine del libro strutturate come se fossero la sceneggiatura di un film – quello degli anni dell’infanzia e della prima adolescenza dello scrittore – Stefano Vigilante è, contemporaneamente, regista e attore protagonista su questo grande palcoscenico che chiamiamo vita: «Ciak, ce girano! (Pigneto oggi)».

I ricordi prendono forma, colore, odore, sapore. Vita. Sfilano davanti agli occhi del lettore – come su un grande schermo –, i personaggi, i luoghi, gli aneddoti. Il tutto condito dalla sagace ironia del vernacolo romanesco, che – «pe’ fa’ la vita meno amara» –, conferisce alle tinte neorealistiche dei dialoghi un riso – appunto – meno amaro.

Spaccati di vita quotidiana nel Pigneto che, a volte, si intrecciano con eventi che superano i confini stessi del quartiere. A volte spiazzando chi sta leggendo, smorzando di colpo il sorriso suscitato da quanto letto soltanto qualche rigo più su:

«È morto».

«E come poteva morì. È morto come è vissuto. certo è ’na vergogna».

«Mo che è morto però pare che ce manca qualcosa. La senti l’aria?».

«ma dove è morto?».

«Dicono al pontile de ostia da quelle parti».

«[…] Io stavo a parlà de Pasolini».

Una Storia Sbagliata, per dirla alla Fabrizio de André, che si intreccia alle storie dall’epilogo meno tragico – ma non per questo, in certi casi, meno duro – dei diversi personaggi descritti nel libro. Racconti che a volte sfociano nel grottesco e che, in alcune descrizioni, fanno venire in mente lo stile di Stefano Benni in “Bar Sport”. Tutto, ovviamente, in chiave rigorosamente romanesca. Al punto che: «Dillo se c’hai er coraggio: Romanacci tua!».

Parole livide che riportano alla memoria istantanee, in bianco e nero, dei cupi anni settanta. Gli anni della “Domenica in… austerity” (che, tuttavia, temporaneamente garantiva un po’ di equità sociale); degli alti livelli d’inflazione; della legge sul divorzio e quella sull’aborto; delle Brigate Rosse; dell’assassinio di Aldo Moro; delle dimissioni – le prime volontarie – del Presidente della Repubblica Giovanni Leone.

Anni che fanno crescere in fretta lo stesso autore. Infatti, nonostante sia nel pieno degli anni della spensieratezza per antonomasia – guardando dentro e fuori dalle mura domestiche – arriva alla dura considerazione: «L’amore, al Pigneto, era in ogni cosa e in ogni azione. Io non sapevo bene cosa avrei fatto da grande, ma una cosa era sicura, io l’avrei fatta senza amore».

Ma erano anche gli anni in cui, ad esempio, a Carnevale ancora i bambini venivano mascherati da Colombina ed Arlecchino. Al massimo da Zorro. Dove l’amicizia si viveva (per strada, nei cortili, negli oratori) e non si chiedeva su Facebook. Gli anni dello sceneggiato televisivo Sandokan (non quello del clan dei Casalesi che, dopo il figlio di Totò Riina e la figlia e il nipote del ‘padrino’ Vittorio Casamonica, potrebbe indurre Vespa ad invitare nel suo salotto anche qualche familiare del sopracitato), della Rai che faceva davvero servizio pubblico. Del «dopo Carosello tutti a nanna» (fino al 1977) per i bambini, mentre per gli adulti, ad una certa ora: «Signore e Signori i nostri programmi terminano qui. Buonanotte». L’epoca in cui, a Roma, «nei pratoni di periferia ancora liberi dall’urbanizzazione si coltivava abusivamente qualsiasi cosa. Abusivamente qualsiasi cosa di legale (carciofi, limoni, cavoli, cicoria…)».

Insomma, le “cose buone di pessimo gusto” che, ritornando ai giorni nostri, hanno sapore di amarcord. Perché, ad esempio, confrontando l’attuale dibattito sulle unioni civili con la legge sul Divorzio, ci rendiamo conto di quando si era più rivoluzionari ed avanti in quegli anni, rispetto ad oggi. Quando si coltivava abusivamente cose legali per ristrettezze economiche, per fame e non perché «la mucca tu la devi mungere, però gli devi dà da mangià», come avveniva nel sistema (quasi legalizzato) di Mafia Capitale. Scenario che va ben oltre “il messaggio subliminale” sul magna magna generale della classe politica dell’epoca, colto da Stefano Vigilante nel cartone animato sigla della “Domenica in… dei Piccoli”, Jhonny il Bassotto: «chi ha rubato la marmellata? chi, lo, sa? E le uova di cioccolata? chi, lo sa?».

Rosy Merola

Definisco il mio percorso professionale come un “volo pindarico” dalla Laurea in Economia e Commercio al Giornalismo. Giornalista pubblicista, Addetta stampa, Marketing&Communication Manager, Founder di SinergicaMentis. Da diversi anni mi occupo della redazione di articoli, note e recensioni di diverso contenuto. Per il percorso di studi fatto, tendenzialmente, mi occupo di tematiche economiche. Nello specifico, quando è possibile, mi piace mettere in evidenza il lato positivo del nostro Made in Italy, scrivendo delle eccellenze, start-up, e delle storie di uomini e donne che lo rendono speciale. Tuttavia, una tantum, confesso di cadere nella tentazione di scrivere qualcosa che esula dalla sfera economico-finanziaria (Mea Culpa!). Spaziando dall'arte, alla musica, ai libri, alla cultura in generale. Con un occhio di riguardo nei confronti dei giovani esordienti e di quelle realtà che mi piace definire "startup culturali". Perché, se c'è una frase che proprio non riesco a digerire è che: "La cultura non dà da mangiare". Una affermazione che non è ammissibile. Soprattutto in Italia.

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