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Tsipras, la crisi greca e l’UE: l’economia è politica e la politica è economia

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SALERNO, 21 AGOSTO 2015 – Posto che era abbastanza scontato che – per cause di forza maggiore – la stella di Alexis Tsipras, prima o poi, era destinata ad essere cadente (lasciando, invece, immobile quella rappresentante la Grecia nella bandiera dell’UE), in alcuni articoli e commenti mi è capitato di leggere, al riguardo, che : “l’economia ha vinto sulla politica”. In tutta onestà, non sono del tutto concorde con quest’ultima affermazione, perché – in generale – l’economia è politica e la politica è economia.

Se si resta nell’ambito del processo d’integrazione europea, analizzando i fatti, molte decisioni politiche avevano finalità economiche e viceversa. Per fare qualche esempio, la stessa decisione da parte dall’”Europa piccola” (o “Europa dei Sei”) di fare una Unione monetaria e, di conseguenza, una moneta unica – idea embrionale nata con il cominciare dello scricchiolare del sistema di Bretton Woods e le conseguenti frizioni valutarie, è diventata imperativo con il crollo dei suddetti accordi a seguito della decisione “unilaterale” di Nixon (il 15 agosto 1971) di sganciare di fatto il dollaro dall’oro – seppure indubbiamente di matrice “economica”, aveva anche una motivazione politica: rispondere con un’unica voce allo strapotere USA (tentativo mai riuscito).

Allo stesso modo, giusto per fare un altro esempio, la decisione della Gran Bretagna di entrare a far parte della Comunità Europea (ingresso avvenuto nel 1973, dopo aver incassato due veti – nel 1963 e nel 1967 – da parte del generale de Gaulle, ormai fuori dai giochi), anche se di natura politica, aveva come motivazione il forte squilibrio della propria Bilancia commerciale e l’instabilità della Sterlina. Ed è, ancora, politica la decisione dell’euroscettica Inghilterra di non abdicare da sua maestà Sterlina in favore dell’Euro.

Perché, come in altre sedi scritto: “La gloria della politica estera era identificata con l’Impero e il Commonwealth, i suoi problemi e pericoli con il continente europeo. […] In Gran Bretagna, la riluttanza ad entrare in Europa è sempre stata bibartisan e – in un certo senso – mistica. Anthony Eden (Primo ministro del Regno Unito dal 7 aprile 1955, al 10 gennaio 1957) una volta disse che la Gran Bretagna sapeva ‘nelle ossa’ che non poteva unirsi all’Europa”[1]. “Per il Generale de Gaulle, l’Inghilterra – considerata il “cavallo di Troia” degli americani e dell’Atlantismo – non voleva entrare in una cooperazione reale (con l’Europa), ma – piuttosto – fare da arbitro, fondamentalmente senza farsi coinvolgere. Questo era alquanto naturale, visto che la Gran Bretagna era e rimaneva un’isola”[2].

Quindi, tornando nel merito della questione, davvero si può pensare – soprattutto oggi – che la politica sia immune dalla economia e che – a sua volta – l’economia lo sia dalla politica? Sono, a mio parere, distinzioni puriste che rimangono teoriche e relegate ai soli libri. Ahimè, la politica è economia e l’economia è politica.

Rosy Merola – SinergicaMentis

1] – H. Kissinger, “Reflections on partnership: British and American attitudes to post-war foreign policy”, in International Affairs,1982, p.578
[2] – Winand, Pascaline, Eisenhower, Kennedy, and the United States of Europe, New York, S. Martin’s Press, 1993, pp. 245-250.

Definisco il mio percorso professionale come un “volo pindarico” dalla Laurea in Economia e Commercio al Giornalismo. Giornalista pubblicista, Addetta stampa, Marketing&Communication Manager, Founder di SinergicaMentis. Da diversi anni mi occupo della redazione di articoli, note e recensioni di diverso contenuto. Per il percorso di studi fatto, tendenzialmente, mi occupo di tematiche economiche. Nello specifico, quando è possibile, mi piace mettere in evidenza il lato positivo del nostro Made in Italy, scrivendo delle eccellenze, start-up, e delle storie di uomini e donne che lo rendono speciale. Tuttavia, una tantum, confesso di cadere nella tentazione di scrivere qualcosa che esula dalla sfera economico-finanziaria (Mea Culpa!). Spaziando dall'arte, alla musica, ai libri, alla cultura in generale. Con un occhio di riguardo nei confronti dei giovani esordienti e di quelle realtà che mi piace definire "startup culturali". Perché, se c'è una frase che proprio non riesco a digerire è che: "La cultura non dà da mangiare". Una affermazione che non è ammissibile. Soprattutto in Italia.

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