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#JFK: Il “Grand Design” atlantico di Kennedy rimasto incompiuto

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«Il nostro dovere non è solo la conservazione del potere politico, ma la protezione della pace e della libertà. Non litighiamo fra di noi, ma uniamoci con rinnovata fiducia, decisi che questo nostro Paese che amiamo continui a guidare l’umanità verso nuove frontiere di pace e abbondanza», questo è un passaggio del discorso che – secondo lo storico Michael Benschloss – la sera del suo assassinio – il 22 novembre 1963 a Dallas, in Texas – John Fitzgerald Kennedy avrebbe dovuto pronunciare. Un omicidio ancora con tante ombre, che ha lasciato un segno indelebile nella storia degli Stati Uniti, così come gli anni del suo mandato presidenziale.

Eletto il 20 gennaio 1961, il giovane democratico Kennedy diede subito prova di essere un leader carismatico, fin dal suo Discorso inaugurale: «Dunque, miei concittadini americani, non chiedete cosa il vostro paese può fare per voi, chiedete cosa potete fare voi per il vostro paese. Concittadini del mondo, non chiedete cosa l’America può fare per voi, ma cosa possiamo fare, insieme, per la libertà dell’uomo». Una visione che avrebbe rivoluzionato completamente il quadro politico esistente e a cui tutti – anche la Comunità Economica Europea – avrebbero dovuto rapportarsi.

KENNEDY E IL PROCESSO D’INTEGRAZIONE EUROPEA – Per “Monsieur Europe”[1], Jean Monnet – di tutti i presidenti americani – Kennedy era certamente quello che, grazie alla sua educazione e alla sua cultura, disponeva dei mezzi necessari per comprendere le vicende europee. Tutto ciò, però, non sarebbe stato sufficiente a farlo addentrare nel cuore dei problemi concernenti il processo d’integrazione europea, se non si fosse affidato ai consigli dei suoi collaboratori che ne avevano una più profonda conoscenza, in modo particolare George Ball[2]. Fu grazie al buon lavoro svolto da Ball – posto subito dopo l’elezione a capo di una task force sulla politica economica estera durante l’interregno – che Kennedy si mosse subito da una posizione di forte scetticismo, ad un appoggio cauto e pragmatico nei confronti dell’Unione europea.

Indubbiamente, Ball rappresentava l’europeista numero uno nell’ambito dell’Amministrazione Kennedy, il quale – proprio grazie ad un suo rapporto elaborato sulla politica economica e commerciale – gli aveva offerto la carica di sottosegretario agli affari economici, la terza carica nell’ambito della struttura del Dipartimento di Stato. Negli affari europei – invece – era considerato il numero uno. Infatti, il Segretario di Stato, Dean Rusk, era incline a delegargli tutto ciò che fosse pertinente all’integrazione europea,  mentre il presidente Kennedy interpellava spesso lui e il suo assistente speciale, McGeorge Bundy, che – avendo su di lui un forte ascendente – in un certo senso lo “educarono” sulle questioni riguardanti l’Europa. In questo ruolo da esperto, Ball fu aiutato da Monnet, efficiente éminence grise, che aveva avuto modo di conoscere ai tempi dell’amministrazione Roosevelt.  A prescindere dai sopraindicati, Kennedy si avvalse di numerosi europeisti che gli consentirono – altresì – una sorta di continuità tra la sua e l’Amministrazione Eisenhower. Così – oltre ad alcuni degli uomini chiave (giusto per citarne qualcuno: David Bruce, Douglas Dillon, Dean Acheson) – il neo Presidente degli Stati Uniti ereditò anche alcuni dei loro progetti, destinati all’era post-Eisenhower.

Tra questi, il Rapporto Bowie, “Le Nazioni Nord Atlantiche: Task per il 1960”, ne era un esempio. Il suddetto rapporto, noto soprattutto per le sue proposte di un esercito multilaterale subordinato al controllo della NATO, conteneva anche altri suggerimenti, che suscitarono l’attenzione tra gli europeisti della nuova amministrazione. Alcune delle conclusioni erano molto simili a quelle del Rapporto Ball, preparato per Kennedy nel dicembre 1960 che – all’inizio del 1961 – commissionò anche un altro lavoro, il Rapporto Acheson, il quale incorporava alcuni degli aspetti contenuti nelle due precedenti relazioni. Il collegamento tra i tre rapporti era la dimostrazione del livello di continuità fra le due amministrazioni. In sostanza, Bowie suggeriva alle Nazioni atlantiche tre aree d’azione: crescita, integrazione e coordinamento delle politiche economiche. La crescita economica era necessaria al fine di perseguire politiche per il libero commercio. Il coordinamento delle politiche economiche delle Nazioni atlantiche era fondamentale per la realizzazione della suddetta crescita. Tutto ciò poteva essere realizzato mediante un’integrazione economica e commerciale. Bowie sottolineava l’importanza di rimuovere ostacoli al commercio tra le Nazioni atlantiche, attribuendo – nell’ambito di un’area di commercio atlantico – al Mercato Comune una posizione chiave. Infine, il Rapporto Bowie includeva altri elementi importanti. Uno di questi era l’appoggio all’ingresso della Gran Bretagna nel Mercato Comune. In particolare, Bowie era favorevole ad un approccio più radicale, attraverso il quale l’Inghilterra avrebbe dovuto accettare la filosofia del Mercato Comune e negoziare direttamente la sua adesione in modo tale da non sacrificare le istituzioni politiche e gli obiettivi dei Sei. Nel rapporto non si faceva esplicita menzione alla “special relation” fra Stati Uniti e Gran Bretagna. Superate le titubanze iniziali, anche Ball giunse alla conclusione che bisognava sostenere l’ingresso britannico, idea condivisa da Monnet, che da tempo patrocinava la partecipazione dell’Inghilterra nel processo d’integrazione europea.

Invece, il punto focale del Rapporto Acheson evidenziava l’esigenza che il cuore della partnership tra Europa Occidentale e Stati Uniti dovesse essere incentrato sulla definizione di requisiti minimi, indispensabili per preservare la libertà delle Nazioni. In esso, il gran disegno sovietico era definito come il tentativo di distruggere la coalizione dell’Occidente mediante la riduzione della sua effettiva capacità d’azione, separando i suoi membri da tutti gli altri, in modo particolare dai popoli dell’Asia, Africa e America del Sud. Per questo era importante mantenere e rinforzare la coalizione, anche all’interno della stessa area atlantica. La crescita della produzione nei paesi industrializzati era – secondo Acheson – di cruciale importanza per sostenere il mondo libero contro la minaccia sovietica, effettuando anche investimenti di capitali destinati sia alla crescita economica delle aree sottosviluppate, che a migliorare gli standard qualitativi di vita della popolazione crescente[3]. Alla luce di tutto ciò, il nuovo scenario politico, carico d’aspettative e d’ottimismo, portò ad una rivalutazione dei rapporti tra Europa e Stati Uniti, e dai suddetti Rapporti ebbero origine due imponenti progetti: uno di natura economico-commerciale, consistente in un piano di liberalizzazione che avrebbe dovuto intensificare gli scambi commerciali tra le due sponde dell’Atlantico; l’altro strategico-militare, diretto ad una più stretta coesione militare all’interno della NATO. In effetti, questi due progetti, che aspiravano a dare una nuova interpretazione delle relazioni transatlantiche, facevano parte di una precisa dottrina di Kennedy, il suo Grand Design.

IL GRAND DESIGN DI KENNEDY: ILLUSIONE DI UNA PARTERSHIP ATLANTICA – All’inizio del 1961, Douglas Dillon aveva dato il benvenuto ad una “nuova era di partnership”, la quale presentava tre dimensioni: una “cooperazione intereuropea”; una “partnership piena” fra Europa Occidentale e Nord America ed una “nuova partnership” tra vecchie nazioni del Nord e nuove nazioni del Sud. In un mondo dove gl’imperi coloniali stavano rapidamente svanendo, le nuove nazioni dell’Emisfero Sud offrivano un enorme potenziale per la crescita degli Stati Uniti e per le altre nazioni industrializzate[4]. A tal fine, le politiche dirette a rinforzare l’egemonia militare americana furono integrate con le politiche d’assorbimento del blocco europeo all’interno di una partnership atlantica, la quale sembrava tendesse a superare le antiche rivalità, dando vita ad un’alleanza globale.

In realtà, il gran disegno Kennediano presto si rivelò essere un meccanismo per ripristinare la supremazia commerciale americana, dato che i Paesi del continente, fino a quel momento in posizione debitoria rispetto alla bilancia dei pagamenti americana – a poco a poco – stavano invertendo l’originario trend post-bellico. Dal 1958 la convertibilità dei conti monetari fu ripristinata e il sistema di Bretton Woods, il quale stabiliva che ogni valuta fosse ancorata con un tasso di cambio fisso al dollaro USA – il cui valore si basava sulle riserve d’oro – cominciò ad operare. La natura egemonica del sistema monetario gradualmente divenne apparente. Fin dall’inizio degli anni ‘60, era evidente che gli Stati Uniti stavano sviluppando un deficit strutturale della bilancia dei pagamenti. Solo dieci giorni prima del suo insediamento, Kennedy aveva provveduto ad inviare poche righe al Congresso in cui riassumeva la situazione nazionale: «L’economia americana è in difficoltà. Le difficoltà sono evidenziate dai numeri: sette mesi di recessioni, tre anni e mezzo di ristagno, sette anni di riduzione della crescita economica». In questo modo Kennedy aveva ereditato una crescita economica stagnante, o persino in flessione, ad un tasso medio dal 2,5 al 3 per cento annuo. Un’insufficiente crescita del Prodotto Interno Lordo non era in grado di sostenere il bisogno d’occupazione di una popolazione crescente. Contestualmente stava andando sempre meglio la situazione economica dei Paesi dell’Europa, i quali continuavano ad accumulare dollari, mentre il deflusso dell’oro dalle riserve americane aumentava. L’accumulo di dollari era conveniente fintanto che non c’erano dubbi sulla loro convertibilità aurea. Tuttavia, proprio a causa del deflusso dell’oro che – tra il 1958 e il 1962 – era stato pari ad otto miliardi di dollari, la certezza sulla convertibilità cominciò a vacillare. Nel 1960, per la prima volta l’ammontare delle riserve auree degli Stati Uniti fu inferiore alle passività monetarie in divisa estera[5].

Dopo aver sostenuto finanziariamente la rinascita economica europea, l’economia americana stava iniziando a subirne le conseguenze, le quali si manifestavano nella pratica post-bellica di detenere dollari, convertibili al di fuori degli Stati Uniti, determinando – in questo modo – tensioni monetarie interne, dato che il governo americano era costretto a stampare moneta. Il 6 febbraio 1961, il presidente Kennedy inviò un messaggio speciale al Congresso, evidenziando la necessità di ricorrere a misure d’intervento al fine di fronteggiare la situazione di deficit della bilancia di pagamenti, visto che – a causa di ciò – l’America stava subendo un deflusso d’oro fastidioso, secondo Kennedy: «Non solo per noi, ma anche per i nostri amici e alleati, i quali fanno affidamento sul dollaro per finanziare una parte sostanziale del commercio»[6]. Per cercare di arginare tale situazione, Kennedy decise di nominare Segretario del Tesoro, Douglas Dillon, cui spettò il compito e la responsabilità di coordinare le misure e gl’interventi al fine di ridurre il deficit americano.

In tale ottica – con l’intento di intensificare i rapporti con i maggiori alleati – nella primavera del 1961, il Presidente Kennedy intraprese un importante viaggio in Europa. Dal 31 maggio al 2 giugno1961, si recò in visita ufficiale a Parigi, dove incontrò il Presidente francese Charles de Gaulle. Durante questa visita, le lunghe conversazioni tra i due Presidenti ebbero come oggetto lo stato dei rapporti tra Stati Uniti e Francia, esaminarono i rapporti delle due nazioni con riferimento all’Unione Sovietica e al mondo comunista, alle loro attività in Africa, Asia ed America Latina. Confermarono la convergenza delle loro opinioni riguardo agl’impegni e responsabilità nei confronti di Berlino. Infine, esaminarono anche i mezzi per rinforzare l’Alleanza Atlantica. Le relazioni fra i due uomini sembrava fossero buone. Kennedy, infatti, stimava e rispettava molto il generale, spesso enigmatico, «poiché era ovvio che un grande uomo prendesse anche posizioni incomprensibili e scomode»[7].

In verità, già prima che Kennedy cominciasse il suo operato, il disegno di de Gaulle era tutt’altro che incomprensibile. In sostanza, mentre gli Stati Uniti cercavano di restare primi tra gli uguali nell’ambito dell’Alleanza Atlantica, de Gaulle aspirava a diventare primo tra gli uguali in Europa. La Francia gollista, con la sua visione di un’Europa dall’Atlantico agli Urali, in netta contrapposizione con l’idea di un’Europa atlantica, aveva iniziato a condannare l’egemonia americana, non solo in economia, ma anche nelle relazioni militari e diplomatiche.

Dopo Parigi e Vienna, il Presidente Kennedy si recò per una breve visita privata a Londra il 4 e 5 giugno. Questo gli diede l’opportunità di rivedere la situazione mondiale con il Primo Ministro Macmillan, alla luce dei suoi incontri con de Gaulle e con Khrushchev, e di sottolineare il bisogno di una collaborazione economica, di cui avrebbero beneficiato anche le altre nazioni. Come per gli Stati Uniti, anche la situazione economica della Gran Bretagna era alquanto difficile. Macmillan percepiva il bisogno di migliorare il tasso di crescita economica. Durante il 1961, la recessione economica aveva confermato a Macmillan la necessità di ridisegnare l’economia su basi nuove e competitive. Inoltre l’America, con il nuovo e vitale Presidente, desiderava che la Gran Bretagna guardasse all’Europa, al fine di poter realizzare il suo progetto di partnership fra i due Continenti. Gli Stati Uniti erano sempre stati favorevoli all’ingresso della Gran Bretagna nella Comunità Economica Europea. Uno specifico interesse era rappresentato dal fatto che la membership nella CEE avrebbe potuto determinare la fusione dei due sistemi preferenziali per l’Africa, il Commonwealth britannico e il sistema francese.

Gli Europeisti speravano, inoltre, che la Gran Bretagna – esercitando un’influenza stabilizzante sul Continente – avrebbe impedito all’Europa di adottare un compiacente regionalismo. Considerando gl’interessi commerciali dell’Inghilterra diffusi in tutto il mondo, essi contavano sul fatto che la membership inglese avrebbe immunizzato la Comunità sotto attacchi di protezionismo. L’Amministrazione Kennedy sperava che l’Inghilterra patrocinasse le politiche americane in Europa. Così, mentre la Comunità Europea legava la Germania all’Occidente, l’inserimento della Gran Bretagna nei Consigli della nuova Europa avrebbe assicurato alla Comunità Europea di rimanere saldamente legata agli Stati Uniti. Sotto questo punto di vista, la “special relationship” era tutt’altro che una finzione[8]. Le sfaccettature della relazione speciale erano numerose. In primo luogo, si basava su un idioma comune, le istituzioni si erano sviluppate dalle stesse tradizioni intellettuali ed infine si percepiva un senso di complicità derivante da valori comuni.

La prospettiva dell’ingresso britannico nel Mercato Comune faceva nascere, nell’Amministrazione Kennedy, il bisogno di convincere la controparte britannica che la preferenza per il sistema per il Commonwealth era politicamente ed economicamente insignificante per la Gran Bretagna. Per gli americani, l’economia inglese avrebbe tratto maggior beneficio da una nuova relazione con la Comunità Europea, piuttosto che all’intreccio economico e politico del Commonwealth. Così Macmillan – il 31 luglio 1961 – annunciò al Parlamento che il Governo Britannico avrebbe chiesto l’apertura dei negoziati per l’ammissione quale membro della Comunità, come sancito dall’articolo 237 del Trattato di Roma. Tale richiesta generò reazioni diverse tra i membri della Comunità.

La Francia – che avrebbe dovuto vedere nella Gran Bretagna un punto d’appoggio contro l’unità federale dell’Europa – la considerò il “cavallo di Troia” dell’Atlantismo e condusse i negoziati con diffidenza. Per de Gaulle, l’Inghilterra non voleva entrare in cooperazione reale, ma piuttosto fare da arbitro, fondamentalmente, senza farsi coinvolgere. Questo era alquanto naturale, visto che la Gran Bretagna era e rimaneva un’isola, mentre la Francia si trovava sul Continente. Il generale de Gaulle intendeva convincere gli Stati lungo il Reno, le Alpi e i Pirenei, a formare un blocco politico, economico e strategico, al fine di far diventare il suddetto blocco una terza potenza mondiale e – se fosse stato necessario – fare da arbitro tra Unione Sovietica e Stati Uniti[9].

Gli altri Paesi della Comunità – che avrebbero dovuto opporsi all’adesione a causa della tendenza della Gran Bretagna a voler modificare il Mercato Comune in una zona di libero scambio – videro in quest’ingresso un modo per equilibrare il peso della Germania e della Francia. Alla fine, fu il presidente de Gaulle a condurre il gioco, proponendo una cooperazione politica fra i sei, affidando il compito di redigere un piano d’unione ad una Commissione ad hoc, presieduta da Fouchet, collaboratore fidato di de Gaulle. I negoziati non produssero alcun risultato concreto, a causa delle divergenze esistenti tra i “Sei” sull’orientamento da dare alla politica dell’Europa unita, con particolare riguardo ai problemi della difesa, della partecipazione britannica e dei poteri da affidare alle istituzioni comuni.

In realtà, durante la primavera del 1962, de Gaulle si era un po’ isolato dai Sei e aveva iniziato a considerare l’ingresso della Gran Bretagna come una spiacevole eventualità. De Gaulle decise così di concentrare la sua attenzione sulla suddetta vicenda, incontrando Macmillan il 2 giugno 1962 al Castello di Champs e suggerendogli un direttorio a due, analogo a quello che aveva proposto nel settembre del 1958 al presidente Eisenhower e al Primo ministro inglese. Pochi giorni prima, il 27 maggio, Macmillan aveva scritto nel suo diario: «Ho la forte sensazione che de Gaulle non – e sottolineo non – ci voglia in Europa». L’incontro con il Generale non dissipò i suoi dubbi. De Gaulle, infatti, sosteneva che l’ingresso dell’Inghilterra avrebbe cambiato il carattere politico ed economico della Comunità e criticava il suo legame intimo con gli Stati Uniti. Il Generale riteneva l’Alleanza americana essenziale, ma temeva che il progetto che gli americani avevano per l’Europa fosse quello di farla diventare lo Stato satellite numero uno. Chiaramente de Gaulle aveva in mente un piano differente, desiderava un’Europa unita al fine di poter guardare in faccia agli americani. Egli riteneva che l’Europa dovesse avere una propria politica in ambito mondiale, soprattutto per la questione riguardante la difesa. Sotto questa prospettiva, Macmillan poteva offrire qualche forma di contributo, cooperando con la Francia in campo nucleare.

Gli Stati Uniti non erano per nulla favorevoli alla prospettiva di una collaborazione nucleare franco-britannica, la quale avrebbe potuto mettere in discussione la loro egemonia militare. Il Dipartimento di Stato – agli inizi del luglio 1962 – confermò tale posizione, in occasione di un incontro fra il leader dei Laburisti, George Brown, e il Presidente. L’Amministrazione Kennedy enfatizzava l’importanza per la Gran Bretagna di tenere distinte la questione nucleare e i negoziati per il Mercato Comune[10].

Il 4 luglio 1962, Kennedy tenne a Filadelfia il suo famoso discorso, in cui lanciò il progetto di una partnership Atlantica: «Gli Stati Uniti osservano questa vasta e nuova impresa con speranza ed ammirazione. Non consideriamo un’Europa unita e forte come una rivale, piuttosto come una partner, con cui poterci occupare, su un piano di totale uguaglianza, d’ogni grande e penoso compito riguardante la costruzione e la difesa di una comunità di nazioni libere. […] Gli Stati Uniti saranno pronti ad una “Dichiarazione d’Interdipendenza” e ci prepariamo a discutere con un’Europa Unita, le modalità e i mezzi per realizzare una concreta partnership Atlantica, una reciproca e vantaggiosa partnership tra la nuova unione emergente ora in Europa e i vecchi Stati Uniti»[11].

In verità, nei concetti espressi da Kennedy, si distingue l’influenza di Monnet che – in tempi antecedenti a quelli inerenti il suddetto discorso – aveva affermato: «Solamente l’unità economica e politica dell’Europa, ivi compresa l’Inghilterra e l’instaurarsi di rapporti di collaborazioni su un piano di parità tra l’Europa e Stati Uniti, permetteranno di consolidare l’Occidente e di creare le condizioni per una pace tra l’Est e l’Ovest. All’infuori di questo cammino difficile e forse lento, ma ineluttabile e sicuro, il Comitato considera che – per i nostri paesi separati – ci sia soltanto l’avventurismo e il permanere di quello spirito di superiorità e di dominio che ieri per poco non portava l’Europa alla rovina, che oggi potrebbe trascinarvi il mondo. […] Nuovi passi concreti sono possibili e necessari si tratta dell’adesione della Gran Bretagna alla Comunità Europea sullo stesso piano dei sei e della conclusione di un Trattato per un avvio di un’unione politica. Si tratta, infine , di un rapporto di collaborazione tra l’Europa Unita e gli Stati Uniti d’America, tra due entità distinte, ma con poteri uguali, ciascuna delle quali si assume la sua parte delle responsabilità comuni nei confronti del mondo»[12].

E ancora: «Una volta che l’Europa unita fosse divenuta una realtà, la Gran Bretagna vi si sarebbe associata e con il contributo della Gran Bretagna e del Commonwealth sarebbe stato possibile trasformare i rapporti Stati Uniti-Europa in una partnership basata sull’uguaglianza; a quel punto l’URSS avrebbe accantonato la teoria dell’espansione mondiale del comunismo e i rapporti Est-Ovest si sarebbero stabilizzati in termini di coesistenza pacifica»[13].

Kennedy ispirandosi, quindi, al pensiero di Monnet, proponeva un’alleanza fondata su due “pilastri” uguali; in particolare – dando per scontata l’adesione inglese – proponeva alla Comunità l’apertura di un negoziato globale per la riduzione “lineare e reciproca” delle tariffe doganali tra i Paesi al GATT, proposta che passò alla storia con il nome di “Kennedy Round”[14]. Solo su un punto gli Stati Unii avrebbero conservato il loro predominio, vale a dire sulla forza nucleare. Attraverso l’assorbimento della forza britannica e di quella francese – se pure ancora in stato embrionale – l’America era decisa ad esercitare il suo monopolio nucleare in Europa.

La contraddizione del progetto dell’Amministrazione Kennedy erano palesi: mentre si servivano di un’alleanza retorica per descrivere il nuovo stato delle relazioni transatlantiche, insistendo sul fatto che tale alleanza dovesse essere tra uguali, continuavano a parlare del loro indispensabile ruolo di leadership sulla scena mondiale. Si trattava di un discorso puramente teorico, non applicabile nella pratica, a causa dell’ovvia riluttanza degli Stati Uniti a rinunciare alla propria supremazia. Dopo la nascita del Mercato Comune, gli Stati Uniti si erano dovuti rassegnare a perdere la propria posizione di solitario “monte Everest” nel mondo economico, ma non erano di certo disposti a rinunciare anche al ruolo di primo fra gli uguali nella sfera politico-militare[15].

Sotto questa prospettiva va interpretato l’incontro tra Kennedy e Macmillan – nel dicembre 1962, nelle isole Bahamas – da cui scaturirono gli accordi di Nassau. Gli Stati Uniti – attraverso i suddetti accordi – avrebbero fornito alla Gran Bretagna cinque sommergibili nucleari armati di missili Polaris, da utilizzare conformemente agli obiettivi strategici americani. Quando Macmillan chiese agli americani i missili Polaris, rifiutò i consigli degli europeisti secondo cui anche un accordo anglo-americano poteva complicare, se non addirittura condannare, i negoziati per l’ingresso della Gran Bretagna.

Macmilliam aveva incontrato de Gaulle a Rambouillet il 15 e il 16 dicembre e – secondo lui – il problema non era la speciale relazione nucleare, ma l’agricoltura. Infatti, la Comunità e l’Inghilterra non erano in disaccordo sulla politica nucleare. Evidentemente, Macmillan non aveva pienamente compreso l’avversione di de Gaulle per la “speciale relazione” politica, economica e, in modo particolare, nucleare. A Rambouillet, il Primo Ministro e il Generale avevano parlato delle infelici vicende riguardanti i missili Skybolt. Dal momento che gli Skybolt erano stati cancellati, aveva intenzione di chiedere a Kennedy missili Polaris.

De Gaulle più tardi confidò ad Adenauer che Macmillan aveva completamente tralasciato di parlargli dei Polaris, versione dei fatti che si scontrava con quella di Macmillan che – nelle sue memorie – insisteva sul fatto di aver comunicato a de Gaulle le sue intenzioni. La storia della cancellazione degli Skybolt era stato un duro colpo per Macmillan, il quale si recava a Nassau con la ferma intenzione di ottenere almeno i missili Polaris, facendo leva sul suo legame d’amicizia con Kennedy. L’Amministrazione Kennedy, invece, era molto combattuta al riguardo, gli europeisti erano contrari a cedere alle richieste del Primo Ministro.

George Ball e Walt Rostow cercarono di convincere Kennedy che la cancellazione degli Skybolt offriva una provvidenziale opportunità per esercitare il deterrente inglese. Un accordo bilaterale avrebbe rafforzato l’opinione di de Gaulle sulle reali intensioni dell’Inghilterra, più interessata ad intrecciare rapporti con l’altra sponda dell’Atlantico, piuttosto che concentrarsi sul suo futuro in Europa. Kennedy si trovò – in questo modo – diviso tra le ragioni del Dipartimento di Stato e la sua amicizia con Macmillan, il quale – nel frattempo – stava subendo in Patria un forte attacco da parte dell’opinione pubblica. Anche se all’inizio Kennedy si era mostrato incline alle posizione degli europeisti, la speciale relazione o – come diceva – lo stretto legame personale esistenti tra lui e Macmillan eventualmente avrebbe avuto la precedenza su tutte le sue considerazioni. Nel desiderio di aiutare un amico e di far sopravvivere la relazione fra Stati Uniti e Gran Bretagna, Kennedt concesse i missili Polaris.

In sintesi, gli accordi derivanti dall’incontro di Nassau – elaborati congiuntamente da McGeorge Bundy e per l’Inghilerra, da Philip de Zuleta – assegnavano i missili alla Gran Bretagna, lasciando tutti gli altri aspetti sufficientemente vaghi ed ambigui, soggetti a qualsiasi tipo d’interpretazione. L’articolo 6 specificava che gli Stati Uniti avrebbero allocato alcune delle proprie forze strategiche, insieme ad un certo numero di bombe britanniche, presso una forza nucleare NATO. Non era chiaro se si trattasse di una forza nucleare multinazionale. George Ball e gli altri europeisti trovarono qualche pretesto per accontentarsi dell’articolo 6, in cui la clausola riguardante i missili Polaris doveva portare allo sviluppo di una forza NATO multilaterale, nell’ambito di una serrata consultazione con gli altri Alleati. La nozione di forza “multilaterale” si prestava a diverse chiavi di lettura, così – per gl’inglesi – fu più conveniente interpretare ciò come cooperazione fra forze nazionali, come forza “multinazionale”, al fine di assicurare la difesa internazionale dell’Alleanza Occidentale. On questo modo, MacMillan continuava ad assicurare l’indipendenza dell’azione britannica.

Kennedy, temendo la reazione di de Gaulle, decise di estendere l’offerta dei missili Polaris anche alla Francia, a condizioni simili a quelle adottate per gl’inglesi, ma il Generale interpretò in tutt’altro modo gli accordi, dimostrando una profonda delusione per quest’incontro[16]. Ancora una volta, grazie alla speciale relazione che univa le due nazioni, gl’inglesi avrebbero goduto di una sovranità, anche se limitata, in campo militare. Questa soluzione, però, non faceva altro che evidenziare la netta contraddizione del progetto di Kennedy che – solo a parole – proponeva un’alleanza su un piano di parità, ma che nella sostanza ribadiva l’egemonia americana sugl’alleati, relegati a ruoli subalterni. Si palesò così, agl’occhi di un osservatore acuto come de Gaulle, il disegno americano: «Legare l’Europa agli Stati Uniti con un illusoria partnership fra eguali, diluire il Mercato Comune in una grande area economica dell’Atlantico, collocare l’Inghilterra nei meccanismi della Comunità per sorvegliarne il progresso»[17]. MacNamara e Nitze interpretarono l’offerta dei missili Polaris come una carota fatta penzolare dinanzi ai francesi, al fine di attrarre la force de frappe nella NATO, opinione condivisa dal Generale, in seguito ad un incontro – il 10 gennaio – fra George Ball e Couve de Murville, in cui il primo enfatizzò l’aspetto multilaterale degli Accordi di Nassau, piuttosto che il desiderio americano di aiutare l’azione nucleare francese.

Con o senza le osservazioni di Ball, de Gaulle aveva deciso di infliggere un colpo fatale al grand design di Kennedy. Nassau, o meglio l’interpretazione che il Generale aveva dato ai suddetti accordi, gli avevano offerto su un piatto d’argento una scusa per decretare l’ostracismo ai negoziati con la Gran Bretagna nella Comunità Europea, rinviando al mittente l’offerta di Nassau e dicendo sì ad una cooperazione franco-tedesca. Per ironia della sorte, Konrad Adenauer – l’allora cancelliere della Repubblica Federale Tedesca – accettò il concetto di MLF (forza nucleare multilaterale) lo stesso giorno in cui de Gaulle lo rigettava durante la sua conferenza stampa. Inoltre, mentre il Generale parlava d’interdipendenza e cercava di mettere in guardia l’Europa contro l’incursione americana, Kennedy continuava ad enfatizzare il supporto all’unione europea e salutava «una nuova era d’interdipendenza e unità». Intanto che de Gaulle rigettava la forza nucleare multilaterale e gli altri schemi americani, Kennedy rilanciava l’offerta di Nassau, parlando della necessità di «potenziare il ruolo dei nostri partner, progettando, fortificando e dirigendo una reale forza nucleare multilaterale nell’ambito di una consolidata alleanza NATO».

Nonostante l’evidenza dei fatti, Monnet continuava ad insistere sulla necessità dell’ingresso dell’Inghilterra nel Mercato Comune, sostenendo che le motivazioni che stavano conducendo al fallimento delle negoziazioni erano di secondaria importanza, rispetto all’obiettivo dell’unione dell’Occidente. Riecheggiando le dichiarazioni di Kennedy, Monnet continuava a disegnare la sua idea d’Europa: la Gran Bretagna doveva unirsi alla Comunità e occorreva realizzare un rapporto alla pari fra tutti i membri dell’Occidente, includendo l’Inghilterra e gli Stati Uniti. L’unione dell’Occidente era l’unica condizione necessaria per creare una pace stabile e duratura con l’URSS. Questa breve formula incorporava il concetto d’Europa che de Gaulle aveva fortemente rigettato nella sua conferenza stampa.

Il 17 gennaio – un giorno dopo il discorso di de Gaulle – il ministro degli Esteri francese, Couve de Murville, chiese la conclusione dei negoziati[18]. Questo primo rifiuto a Londra ebbe conseguenze negative, sia sulla vita delle istituzioni comunitarie, sia nell’ambito dell’Alleanza Atlantica. Il 22 gennaio de Gaulle ed Adenauer annunciarono la firma del Trattato di cooperazione franco-tedesco (Trattato dell’Eliseo). Gli Stati Uniti erano stati da sempre favorevoli ad un riavvicinamento tra Francia e Germania, come condizione sine qua non per l’integrazione europea, ma – in seguito alla conferenza stampa di de Gaulle – Washington cominciò a valutare il suddetto Trattato come una possibile cospirazione contro la NATO. La Gran Bretagna e gli Stati Uniti erano spaventati dallo spettro dell’asse Parigi-Bonn-Mosca, si temeva la prospettiva che de Gaulle ed Adenauer cominciassero a guardare ad est per la soluzione dei problemi europei e – di conseguenza – la fine della NATO. Il latente anti-americanismo della conferenza di de Gaulle sembrava confermare tali timori.

L’Amministrazione Kennedy decise di muoversi, concentrando i propri sforzi nel tentativo di trattenere la Germania nell’ambito dell’Alleanza Atlantica. La visita della Germania da parte di Kennedy – durante il suo viaggio in Europa – faceva parte dei suddetti sforzi. Monnet espresse al riguardo tutto il suo entusiasmo, consigliando al Presidente di accettare l’invito di Brandt a Berlino Ovest, facendo una tappa anche a Monaco e Bonn. Egli riteneva che Kennedy avrebbe dovuto affrontare argomenti quali pace, partnership e indipendenza – qualcosa di simile al discorso di luglio a Filadelfia – e la visita avrebbero dovuto procedere quella di de Gaulle.

Vani furono, tuttavia, i tentativi americani di evitare una crisi dell’organizzazione atlantica, allettando gli europei con proposte come il progetto di forza nucleare multilaterale, il quale sembrava essere l’antidoto alla visione di de Gaulle di un’Europa indipendente. Ci fu anche l’intervento del Comitato Monnet per inserire nel preambolo del testo – al momento della ratifica del Bundestag – un riferimento all’Alleanza Atlantica. Comunque sia, questo apparve subito come l’ennesimo espediente degli Stati Uniti per poter esercitare la loro supremazia decisionale. La coesione dell’Alleanza Atlantica si stava indebolendo.

Gli sforzi di Kennedy, diretti a superare le antiche rivalità fra Europa e Stati uniti, furono interrotti definitivamente e drammaticamente con il suo assassinio – il 22 novembre 1963 – e ciò fece ricadere il soffio di speranza che – grazie a lui – si era sollevato. I successori di Kennedy spesso diedero l’impressione che il gran disegno fosse stato abbandonato che gli Stati Uniti stessero ripiombando di nuovo nella tentazione dell’isolazionismo. La politica estera americana tendeva a staccarsi dalle cose europee, credendo sempre meno ad un successo della Comunità e del suo allargamento[19]. L’America stava per sprofondare nel pantano vietnamita, che non poco avrebbe contribuito ad esasperare – nel corso di quegli anni – le differenze fra americani e fra americani ed europei.

Fonti:
[1] Jean Monnet fu così definito da «“L’Express”, 3-8 gennaio 1966, che gli dedicò la copertina citando Pindaro», MELCHIONNI, MARIA GRAZIA, Europa Unita sogno dei saggi, Venezia, Marsilio Editori s.p.a., 2001, p. 230.
[2] MONNET, JEAN, Mémoires, Parigi, Librairie Artheme, Fayard, 1976, p. 546.
[3] WINAND, PASCALINE, Eisenhower, Kennedy and the Unite States of Europe, New York, S. Martin’s Press, 1993, pp. 146-172.
[4] P. WINARD, op. cit., p. 70.
[5] Idem, p.168.
[6] U.S. Department of State, Foreing Relations of the United States (FRUS), 1961-63, Vol.IX, Foreing Economic Policy, United States Government Printing Office, Washington, 1995.
[7] P. WINARD, op. cit., p. 245.
[8] Idem, pp. 267, 274-275.
[9] Idem, p. 250.
[10] P. WINARD, op. cit., pp. 312-313.
[11] STEBBINS, RICHARD. P., Documents on American Foreing Relation 1962, New York, 1963, First edition, pp. 225-226.
[12] MONNET, JEAN, Cittadino d’Europa, Napoli, AGE-Alfredo Guida Editore, 2007, pp. 385-386.
[13] MELCHIONNI, MARIA GRAZIA, Quale domani per questa Europa?, Roma, Edizioni Studium, 2004, pp.129-130.
[14] OLIVI, BINO, L’Europa difficile. Storia politica dell’integrazione europea 1948-1998, Bologna, Società editrice il Mulino, 1983, p.81.
[15] P. WINARD, op. cit., pp. 191-192.
[16]
Idem, pp. 315-320.
[17] ROMANO, SERGIO, Cinquant’anni di storia mondiale, Loganesi & C, Milano, 1995, p. 113.
[18] P. WINARD, op. cit., pp. 321-323, 328-329.
[19] J. M
ONNET, op. cit., pp. 554, 556.

(Foto: liberareggio.org)


Rosy Merola

Definisco il mio percorso professionale come un “volo pindarico” dalla Laurea in Economia e Commercio al Giornalismo. Giornalista pubblicista, Addetta stampa, Marketing&Communication Manager, Founder di SinergicaMentis. Da diversi anni mi occupo della redazione di articoli, note e recensioni di diverso contenuto. Per il percorso di studi fatto, tendenzialmente, mi occupo di tematiche economiche. Nello specifico, quando è possibile, mi piace mettere in evidenza il lato positivo del nostro Made in Italy, scrivendo delle eccellenze, start-up, e delle storie di uomini e donne che lo rendono speciale. Tuttavia, una tantum, confesso di cadere nella tentazione di scrivere qualcosa che esula dalla sfera economico-finanziaria (Mea Culpa!). Spaziando dall'arte, alla musica, ai libri, alla cultura in generale. Con un occhio di riguardo nei confronti dei giovani esordienti e di quelle realtà che mi piace definire "startup culturali". Perché, se c'è una frase che proprio non riesco a digerire è che: "La cultura non dà da mangiare". Una affermazione che non è ammissibile. Soprattutto in Italia.