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1938: inizio delle Leggi Razziali, pagina buia della storia italiana

«[…] È tempo che gli Italiani si proclamino francamente razzisti», con questo passaggio contenuto nel “Manifesto degli scienziati razzisti” (pubblicato sul “Giornale d’Italia” il 14 luglio 1938), redatto di proprio pugno da Benito Mussolini e sottoscritto da 180 “scienziati”, prendeva il via una delle pagine più buie della storia italiana.

Infatti, attraverso questo Manifesto, furono fissate le linee guida da cui – dal 1938 al 1945 – si svilupparono le cosiddette “Leggi Razziali”; un corposo apparato normativo (composto da Regi Decreti, circolari e leggi) che aveva come unica e dichiarata finalità quella di perseguitare gli «appartenenti alla razza ebraica». Decisione, quest’ultima, che il Duce prese sulla scia di quanto stava avvenendo in Germania, a seguito dell’emanazione delle leggi razziali – il 7 aprile 1933 – per volere di Adolf Hitler e del Terzo Reich.

Così, dopo la diffusione del “Manifesto degli scienziati razzisti”, che anticipava il sinistro disegno di Mussolini, si proseguì pubblicando una serie di norme – a partire dal mese di settembre del 1938 – prima sulla “Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia” (abbreviazione GU) e poi – durante la Repubblica Sociale – sulla “Gazzetta Ufficiale d’Italia”.

In particolare, il primo passo mosso dal governo del Duce fu l’emanazione del Regio Decreto (firmato da Vittorio Emanuelle III, Re D’Italia) Legge 5 settembre 1938, n. 1390 (GU n. 209, 13 settembre 1938), che sanciva una serie di “Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista”. In esso, in sostanza, si stabiliva – nel primo articolo – il divieto alle persone di “razza ebraica” di accedere alle «scuole statali o parastatali di qualsiasi ordine e grado e nelle scuole non governative, ai cui studi sia riconosciuto effetto legale, […] anche se siano state comprese in graduatorie di concorso anteriormente al presente decreto; né potranno essere ammesse all’assistentato universitario, né al conseguimento dell’abilitazione alla libera docenza». Tuttavia, non solo gli ebrei non potevano insegnare, ma non erano ammessi nemmeno come alunni nelle scuole (art.2).

Sempre il 5 settembre 1938 furono approvati il Regio Decreto n. 1531, “Trasformazione dell’Ufficio centrale demografico in Direzione generale per la demografia e la razza” (GU n. 230, 7 ottobre 1938) e il Regio Decreto n. 1539, “Istituzione, presso il Ministero dell’Interno, del Consiglio superiore per la demografia e la razza” (GU n. 231, 8 ottobre 1938). Quest’ultimo era «chiamato a dare pareri sulle questioni di carattere generale interessanti la demografia e la razza».

Leggi antisemite sostenute e amplificate attraverso la forte e mirata propaganda fascista. Nulla era lasciato al caso. In tale scenario, difatti, si inserisce il discorso tenuto, il 18 settembre 1938 (anniversario del ventennale della Vittoria della Prima guerra mondiale), da Benito Mussolini a Trieste: «In Italia, la nostra politica ha determinato negli elementi semiti quella che si poteva chiamare una vera e propria corsa all’arrembaggio. Tuttavia, gli ebrei di cittadinanza italiana, quali abbiano indiscutibili meriti militari o civili nei confronti dell’Italia e del Regime, troveranno comprensione e giustizia. Quanto agli altri, seguirà nei loro confronti una politica di separazione. Alla fine, il mondo dovrà forse stupirsi più della nostra generosità che del nostro rigore. A meno che i semiti d’oltrefrontiera e quelli dell’interno e, soprattutto, i loro improvvisati e inattesi amici che da troppe cattedre li difendono, non ci costringano a mutare radicalmente cammino. […] della politica interna, il problema di scottante attualità è quello razziale. Anche in questo campo noi adotteremo le soluzioni necessarie».

Così, davanti ad una folla di centocinquantamila triestini adunati in Piazza dell’Unità – come veniva puntualizzato in un video servizio dell’epoca (fonte: Alberto Sinigaglia per La Stampa) – le parole di morte del Duce tristemente anticiparono ciò che avrebbe raggiunto il suo culmine nel Regio Decreto n. 1728 – il 17 novembre 1938 – dal titolo “Provvedimenti per la difesa della razza italiana” (GU n. 264, 19 novembre 1938) e che, a sua volta, aveva recepito i dettami contenuti nella “Dichiarazione sulla Razza”, approvata da Gran consiglio del fascismo il 6 ottobre 1938 e pubblicata sul “Foglio d’ordine” del Partito nazionale fascista il 26 ottobre 1938.

Nello specifico, il Regio Decreto n. 1728 era documento composto da ventinove articoli, suddivisi in tre Capi. Il primo di questi conteneva i provvedimenti relativi ai matrimoni (artt. 1-7), stabilendo che «il matrimonio del cittadino italiano di razza ariana con persona appartenete ad altra razza è proibito» (art. 1). Ancor più disumano era il contenuto del Capitolo 2 (artt. 8 – 17) denominato “Degli appartenenti alla razza ebraica”. In esso veniva puntualizzato chi in Italia era da considerarsi di “razza” ebraica e ciò che a questi era proibito fare. Nel dettaglio, l’articolo 8 stabiliva che:

  1. a) è di razza ebraica colui che è nato da genitori entrambi di razza ebraica, anche se appartenga a religione diversa da quella ebraica;
  2. b) è considerato di razza ebraica colui che è nato da genitori di cui uno di razza ebraica e l’altro di nazionalità straniera;
  3. c) è considerato da razza ebraica colui che è nato da madre di razza ebraica qualora sia ignoto il padre;
  4. d) è considerato di razza ebraica colui che, pur essendo nato da genitori di nazionalità italiana, di cui uno solo di razza ebraica, appartenga alla religione ebraica, o sia, comunque, iscritto ad una comunità israelitica, ovvero abbia fatto in qualsiasi altro modo, manifestazioni di ebraismo.

 Non è considerato di razza ebraica colui che è nato da genitori di nazionalità italiana, di cui uno solo di razza ebraica, che alla data del 1º ottobre 1938 – XVI, apparteneva a religione diversa da quella ebraica.

Invece, l’articolo 10 del Regio Decreto n. 1728 indicava ciò che i cittadini italiani di razza ebraica non potevano fare:

  1. a) prestare servizio militare in pace e in guerra;
  2. b) esercitare l’ufficio di tutore o curatore di minori o di incapaci non appartenenti alla razza ebraica;
  3. c) essere proprietari o gestori, a qualsiasi titolo, di aziende dichiarate interessanti la difesa della Nazione, ai sensi e con le norme dell’art. 1 del R. decreto – legge 18 novembre 1929 – VIII, n. 2488, e di aziende di qualunque natura che impieghino cento o più persone, né avere di dette aziende la direzione né assumervi, comunque, l’ufficio di amministratore o di sindaco;
  4. d) essere proprietari di terreni che, in complesso, abbiano un estimo superiore a lire cinquemila;
  5. e) essere proprietari di fabbricati urbani che, in complesso, abbiano un imponibile superiore a lire ventimila. Per i fabbricati per i quali non esista l’imponibile, esso sarà stabilito sulla base degli accertamenti.

Così, entrando nel merito del Regio Decreto del 17 novembre 1938, si può sostenere che lo spirito di emulazione dell’allievo Mussolini, lo portarono a superare il suo maestro Hitler in merito alla le leggi di Norimberga del 1935, ovvero quelle diedero inizio alla Shoah. In esse, gli ebrei venivano distinti in due categorie: «l’ebreo “puro” (privato di ogni diritto) e il “mezzosangue”, l’ibrido, che a sua volta fu distinto in “ibrido di primo grado” (al 50%, e di incerto destino) e in “ibrido di secondo grado” (al 25%, destinato all’assimilazione con il popolo tedesco)» (fonte: Museo diffuso della Resistenza, della deportazione, della guerra, dei diritti e della libertà di Torino).

Leggi e provvedimenti che, in conclusione, rappresentano – come detto all’inizio di tale scritto – una pagina indegna e dolorosa della storia italiana. Proprio per questo non va dimenticata. Perché, prendendo in prestito le parole di Primo Levi: «Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre.»

Rosy Merola

Definisco il mio percorso professionale come un “volo pindarico” dalla Laurea in Economia e Commercio al Giornalismo. Giornalista pubblicista, Addetta stampa, Marketing&Communication Manager, Founder di SinergicaMentis. Da diversi anni mi occupo della redazione di articoli, note e recensioni di diverso contenuto. Per il percorso di studi fatto, tendenzialmente, mi occupo di tematiche economiche. Nello specifico, quando è possibile, mi piace mettere in evidenza il lato positivo del nostro Made in Italy, scrivendo delle eccellenze, start-up, e delle storie di uomini e donne che lo rendono speciale. Tuttavia, una tantum, confesso di cadere nella tentazione di scrivere qualcosa che esula dalla sfera economico-finanziaria (Mea Culpa!). Spaziando dall'arte, alla musica, ai libri, alla cultura in generale. Con un occhio di riguardo nei confronti dei giovani esordienti e di quelle realtà che mi piace definire "startup culturali". Perché, se c'è una frase che proprio non riesco a digerire è che: "La cultura non dà da mangiare". Una affermazione che non è ammissibile. Soprattutto in Italia.

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