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11 settembre: momento di riflessione sulla “Pace perduta”

(Immagine dal web)

Gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 hanno scavato, nell’animo umano, una voragine che mai si rimarginerà, lasciando in dote al XXI° secolo nuove e preoccupanti minacce, che hanno sconvolto l’intero sistema internazionale. Ciò ha reso prioritaria la ricerca di un nuovo equilibrio geopolitico, al fine di ripristinare l’ordine perduto. Tutto questo avrebbe dovuto spingere i  Capi di Stato e di Governo e i responsabili delle varie istituzioni internazionali a fare una profonda riflessione e un dovuto ‘mea culpa’, cosa che – a mio parere –  non è avvenuta.

Riflettendo su questa giornata così carica di significato – dove ormai cercare di trovare un equilibrio che tenda alla “Pace perduta” (parafrasando il titolo di un libro di Sergio Romano) sembra essere sempre più un ideale utopico – un veloce excursus storico degli eventi che si sono susseguiti dopo la conclusione del secondo conflitto mondiale, mi hanno ricordato che c’è stato un momento in cui si è pensato fosse possibile.

Infatti, dopo che per più di mezzo secolo le ideologie contrapposte di Stati Uniti e Unione Sovietica avevano condizionato le sorti del resto del mondo sullo scacchiere geopolitico, sul finire del XX secolo, la dissoluzione dell’Unione Sovietica determinò la tasformazione di questo sistema bipolare allargato. Ciò portò gli USA  a trovarsi in una posizione di leadership in un mondo unipolare. Mai dai tempi di Roma, un paese era stato così vicino a dominare il mondo. Così, il nuovo assetto creatosi con la caduta del Muro di Berlino nel 1989, spinse a domandarci se questo potesse essere davvero migliore, se potesse tendere ad una pace duratura o, comunque, più lunga della precedente. A tal proposito, molta letteratura, tra cui il citato libro di Romano, si è pronunciata in merito. In particolare, un testo (Dauglas Sturkey, The Limits of American Power, Edward Elgar Publishing, 2007) ha, però, suscitato la mia curiosità.

In esso, l’autore sostiene che gli USA avrebbero dovuto utilizzare la loro egemonia, nella fase unipolare, per favorire il raggiungimento di un accordo di pace nella questione arabo-israeliana, definendo la Pace un “bene pubblico”. L’uso di questa definizione di pace si presta ad alcune riflessioni. Nell’accezione economia del termine bene pubblico, il requisito dell’indivisibilità sociale è essenziale. Secondo la concezione tradizionale, la pace possiede il suddetto requisito sia negativo, perché si presenta come una convivenza sociale in cui è assente ogni forma di conflitto armato nell’ambito del territorio considerato, sia in senso positivo poiché implica un ordinamento politico che sia generalmente accettato come giusto.

In tal senso, la pace è il bene pubblico più esteso che una società possa realizzare. Solitamente un bene pubblico viene prodotto da un governo locale. Invece la pace è un bene pubblico globale, non producibile da un solo governo. In questo contesto si potrebbe allora inserire l’ideale utopico espresso da Kant in “Per la pace perpetua”, secondo cui la pace si affermerebbe con una costituzione civile mondiale (Weltbürgerlichen Verfassung), un’organizzazione politica sovranazionale che renderebbe impossibile la guerra per sempre. In realtà la letteratura ha ipotizzato anche il caso del “dittatore illuminato”, in cui un solo Stato può utilizzare la sua posizione egemone per produrre un vantaggio anche al resto del mondo. Il metodo d’instaurare la pace mediante la coercizione riflette anche esso il concetto di pace quale bene pubblico globale. Stando a quanto scritto, gli Stati Uniti, teoricamente, trovandosi in un una posizione egemonica avrebbero potuto realizzare una pace intesa come la maggiore indivisibilità sociale.

Tutto ciò, come hanno evidenziato i fatti, rappresenta soltanto un ideale utopico. Troppi interesse economici e non (“Il potere logora chi non ce l’ha”) ed egoismi individuali, hanno finito per prevalere sul bene comune.

“Imagine all the people
Living life in peace… “

(Imagine, John Lennon)

 

Tratto da una recensione pubblicata sulla “Rivusta di Studi di Politica Internazionale”

http://rspi.it/wp-content/uploads/2010/03/02-Indice-1-2010.pdf

Rosy Merola

Definisco il mio percorso professionale come un “volo pindarico” dalla Laurea in Economia e Commercio al Giornalismo. Giornalista pubblicista, Addetta stampa, Marketing&Communication Manager, Founder di SinergicaMentis. Da diversi anni mi occupo della redazione di articoli, note e recensioni di diverso contenuto. Per il percorso di studi fatto, tendenzialmente, mi occupo di tematiche economiche. Nello specifico, quando è possibile, mi piace mettere in evidenza il lato positivo del nostro Made in Italy, scrivendo delle eccellenze, start-up, e delle storie di uomini e donne che lo rendono speciale. Tuttavia, una tantum, confesso di cadere nella tentazione di scrivere qualcosa che esula dalla sfera economico-finanziaria (Mea Culpa!). Spaziando dall'arte, alla musica, ai libri, alla cultura in generale. Con un occhio di riguardo nei confronti dei giovani esordienti e di quelle realtà che mi piace definire "startup culturali". Perché, se c'è una frase che proprio non riesco a digerire è che: "La cultura non dà da mangiare". Una affermazione che non è ammissibile. Soprattutto in Italia.

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