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Pillole di Storia e Politica dell’Integrazione europea (3): Erdogan, von der Leyen e l’Europa di de Gaulle: «Dall’Atlantico agli Urali»

Molto spesso i fatti contemporanei mi confermano quanto sia valido il pensiero di Giambattista Vico in merito a “corsi e ricorsi storici“.

Nel caso specifico, ieri ci ha pensato Erdogan quando ha lasciato senza sedia von der Leyen. Qualcuno lo ha definito troppo semplicisticamente un “ceffone maschilista”. Credo che il punto sia un altro. Qualcosa di più profondo. Un concetto su cui – e qui mi viene in aiuto Vico – il generale Charles de Gaulle fondò uno dei suoi più ripetuti proclami concernenti il processo d’integrazione europea.

L’ex presidente della Repubblica francese – personaggio peculiare dalla personalità forte tale da provocare sentimenti contrastanti (o si amava o si odiava) – durante una conferenza stampa (il 25 marzo 1959), aveva lanciato la sua idea di Europa unita: «Noialtri, che viviamo tra l’Atlantico e gli Urali, noialtri che siamo l’Europa e che disponiamo con la sua figlia America delle fonti e delle risorse principali della civiltà!». In sintesi, lui vedeva una Unione europea «dall’Atlantico agli Urali».

Sulla base di questa posizione, secondo de Gaulle, nazioni quali la Gran Bretagna – così come la Turchia –, dovevano essere escluse o ammesse con riserva nel processo d’integrazione europea. Nello specifico, come si legge nel passaggio nella foto allegata*, per il generale la Gran Bretagna era e rimaneva un’isola. Anzi, de Gaulle si spinse oltre, definendo l’Inghilterra “il cavallo di Troia degli Stati Uniti”, ponendo due volte il veto all’ingresso della Gran Bretagna nell’allora “Europa dei Sei”. Gli inglesi dovettero attendere l’uscita di de Gaulle dalla scena politica (nel 1968) per poter aprire i negoziati ed entrare nella Comunità economica europea (1973). Richiesta d’ingresso dettata solo da motivazioni economiche, visto che a quell’epoca la bilancia di pagamenti inglese presentava un evidente deficit di bilancio. A distanza di anni, ripensando alla “Brexit”, non si può non evidenziare la lucida lungimiranza di de Gaulle. La stessa che si dovrebbe tener presente ogni volta che viene presa in esame la possibilità di far entrare la Turchia nell’Ue. Perché, lo slogan “dall’Atlantico agli Urali” va oltre le motivazioni meramente geografiche.

Infatti, come già scritto in altri contenuti (Pillole di Storia e Politica dell’Integrazione europea: 2) Geografia https://sinergicamentis.altervista.org/pillole-storia-politica-dellintegrazione-europea-2-geografia/): non è alla geografica che i sostenitori di un’Europa unita si sono potuti affidare, bensì alla storia e alla cultura. Infatti, se l’Europa geograficamente non presenta una connotazione unitaria, lo è sotto il profilo dell’evoluzione storico-politico. Basti pensare che la civiltà europea è un fenomeno unitario, che trae le sue origini dalle comuni radici delle culture classiche e giudaico-cristiane. Sono quest’ultime che hanno conferito alla civiltà europea il suo carattere universale.

È bene ricordarlo, visto che “la storia insegna, ma non ha scolari.” (Antonio Gramsci)

(*In foto, un passaggio tratto dalla mia tesi di laurea in Storia e politica dell’integrazione europea)

Rosy Merola

Definisco il mio percorso professionale come un “volo pindarico” dalla Laurea in Economia e Commercio al Giornalismo. Giornalista pubblicista, Addetta stampa, Marketing&Communication Manager, Founder di SinergicaMentis. Da diversi anni mi occupo della redazione di articoli, note e recensioni di diverso contenuto. Per il percorso di studi fatto, tendenzialmente, mi occupo di tematiche economiche. Nello specifico, quando è possibile, mi piace mettere in evidenza il lato positivo del nostro Made in Italy, scrivendo delle eccellenze, start-up, e delle storie di uomini e donne che lo rendono speciale. Tuttavia, una tantum, confesso di cadere nella tentazione di scrivere qualcosa che esula dalla sfera economico-finanziaria (Mea Culpa!). Spaziando dall'arte, alla musica, ai libri, alla cultura in generale. Con un occhio di riguardo nei confronti dei giovani esordienti e di quelle realtà che mi piace definire "startup culturali". Perché, se c'è una frase che proprio non riesco a digerire è che: "La cultura non dà da mangiare". Una affermazione che non è ammissibile. Soprattutto in Italia.

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